La città dei ricchi è più verde. E storie di disuguaglianza sociale e ambientale
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(Nell’immagine di apertura il “bosco verticale” milanese, simbolo del lusso “green” – foto del National Biodiversity Future Center)
La disuguaglianza sociale e quella ambientale si sommano e si influenzano a vicenda. Lo dice l’evidenza empirica e lo dicono studi e movimenti, fin da quando, dagli anni 60 e 70 del secolo scorso negli Stati Uniti, negli Usa, in parallelo sia ai movimenti per l’ambiente sia ai movimenti per i diritti civili, l’ingiustizia ambientale emerse con chiarezza: erano i cittadini afroamericani e gli ispanici a vivere nelle zone più inquinate da industrie e rifiuti nocivi e nei quartieri più degradati e quindi ad ammalarsi di più e ad essere private del diritto ad aria, acqua, cibi sicuri e ad ambienti di vita e di lavoro salubri.
Ora un’ennesima conferma arriva da uno studio internazionale curato dall’italiano National Biodiversity Future Center (NBFC) e pubblicato su People and Nature, la rivista della British Ecological Society, intitolato Wealth and wildlife in cities: How economic and demographic drivers influence global urban environmental injustice.
La prima autrice dello studio è Irene Regaiolo, dell’Università di Torino e dell’NBFC, con il contributo di ricercatori dell’Università di Cape Town, del Centro di ricerca ecologica dell’Ungheria e dell’University of the Witwatersrand, a Johannesburg.
Il “Luxury Effect”
Lo studio si aggiunge a centinaia di ricerche in materia, apparse soprattutto a partire dai primi anni del XXI secolo, che si sono intensificate nell’ultimo decennio, e ne analizza oltre 120, condotte in più di 100 città nel mondo. Al centro c’è il “Luxury Effect”, ovvero quello strano fenomeno per cui, nelle città, la biodiversità, come la vegetazione e la presenza di animali, è maggiore nei quartieri più ricchi e benestanti.

Come scrivono, ad esempio, nel 2018 alcuni ricercatori statunitensi e danesi (Misha Leong, Robert R. Dunn, Michelle D Trautwein, Biodiversity and socioeconomics in the city: a review of the luxury effect), le dinamiche ecologiche delle città sono influenzate non solo da fattori geofisici e biologici, ma anche da aspetti della società umana e la maggiore biodiversità nei quartieri ricchi è stata definita “effetto lusso”. L’effetto lusso è stato riscontrato a livello globale per quanto riguarda la diversità vegetale, la copertura vegetativa e la chioma degli alberi.
Uno status socioeconomico più elevato è correlato a una maggiore biodiversità, derivante da molti fattori interagenti: la creazione e il mantenimento di spazi verdi su terreni privati e pubblici, la tendenza, sia degli esseri umani sia di altre specie, a favorire aree desiderabili dal punto di vista ambientale. L’effetto lusso è amplificato nelle città aride e con l’invecchiamento dei quartieri e ridotto nelle aree tropicali. Dove prevale l’effetto lusso, i benefici della biodiversità urbana sono distribuiti in modo diseguale, in particolare nei quartieri a basso reddito con una popolazione di minoranze più numerosa.
Tempi difficili, ieri e oggi
La natura urbana migliora la salute, il benessere e la qualità della vita. Ma, come mostra la ricerca, non tutti i cittadini hanno le stesse possibilità di accedervi. Nei quartieri più ricchi si concentrano più verde e più fauna, mentre nelle aree meno abbienti la natura scarseggia.
«La biodiversità urbana è un bene fondamentale, ma non è distribuita in modo equo», osserva Irene Regaiolo. «Chi vive in contesti svantaggiati, spesso già colpito da altre forme di disuguaglianza, ha meno accesso a spazi verdi e ai benefici che ne derivano: una vera e propria forma di ingiustizia ambientale».
Insomma, l’accesso alla natura deve essere considerato un diritto e una priorità di giustizia sociale, al pari dei servizi essenziali.
In fondo, lo raccontava già, a cent’anni dall’inizio dell’Antropocene, Charles Dickens in “Tempi difficili”, i cui personaggi vivono a Cocketown: «Era una città di mattoni rossi, o di mattoni che sarebbero stati rossi se il fumo e la cenere lo avessero permesso; ma per come stavano le cose, era una città di un rosso e di un nero innaturali, come il volto dipinto di un selvaggio.
Era una città di macchine e di alte ciminiere, da cui interminabili serpenti di fumo si trascinavano per sempre e non si srotolavano mai.
C’era un canale nero, e un fiume che scorreva viola di tintura maleodorante».
Oggi l’inquinamento industriale si è trasferito in parte nelle fabbriche delocalizzate in Asia, in Africa o in America Latina, ma si presenta ancora anche da noi, con PFAS, amianto killer, PM 2,5 e PM 10 e mille altri inquinanti.
Lo stretto legame tra ambiente e società. E il caso Elon Musk
Un discorso analogo può essere fatto per il clima: chi inquina di meno perché è più povero patisce di più gli effetti del riscaldamento globale e dei fenomeni estremi (siccità, alluvioni), chi è più ricco, consuma di più e quindi emette più gas serra, viaggia in aereo (per giunta privato) e ha il megayacht, può scegliersi i posti migliori e prepara l’esodo verso terre lontane e sicure da disastri climatici, epidemie o sommosse (come la Nuova Zelanda).
Questo avviene sia nell’Occidente globale (la disuguaglianza colpisce i ceti emarginati, gli anziani, i bambini e gli abitanti di case e quartieri degradati), sia nel Sud globale, costringendo centinaia di milioni di persone a fare i conti con guerre civili, fame, desertificazione o, all’opposto, devastanti alluvioni.
Forse spera di cavarsela e di finire meglio dei superricchi di “Don’t Look Up” (ormai il film è vecchio e si può spoilerare: finiscono male anche loro) Elon Musk, addirittura – grazie ai suoi deliranti programmi spaziali – su un altro pianeta, ancora più lontano della Nuova Zelanda.
La busta paga (si fa per dire) glielo consentirebbe, apparentemente: quante astronavi si comprano con mille miliardi di dollari? È la cifra del compenso extra che il super Paperon de’ Paperoni mondiale si è assicurato, sia pure a rate.
La forbice crescente a Dollaronia tra chi ha e chi non ha
La cifra equivale a quanto guadagnerebbero, nello stesso periodo, un milione e seicentomila lavoratori statunitensi. Fabrizio Tonello rende bene l’idea (sul “Manifesto” dell’8 novembre): è come se Elon Musk arrivasse da New York a Roma prima che un lavoratore nordamericano medio faccia i quattro metri di marciapiede per prendere il taxi e andare in aeroporto.

Un rapporto di uno a un milione e seicentomila è un record grottesco, ma l’allargamento della forbice salariale tra top manager e dipendenti, a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, è aumentato (come spiego in “Giustizia sociale e ambientale”) fino a rapporti di uno a 500 o uno a 1.000, con casi di uno a 5.000. Era, negli Stati uniti, di 20 a 1 nel 1950, di 42 a 1 nel 1980. Non che il milione di euro di un top manager medio italiano (trenta o quaranta volte quello di un operaio) sia un salario da fame.
Qui ci viene in aiuto Sandrone Dazieri che in un suo noir (“Uccidi i ricchi”, Rizzoli, 2025, pp. 382, euro 19) paragona Dollaronia (l’unica grande nazione al mondo, dove comandano i ricchi) a un grattacielo di trecento milioni di piani, alto un milione di chilometri, tre volte la distanza tra la Terra e la Luna.
La maggior parte di noi sta a trecento milioni di piani sotto il superattico dove vivono quelli che comandano. Ma c’è anche chi sopravvive nei sotterranei, un miliardo di piani sotto, perché dispone di un solo dollaro al giorno.
In Italia e nel resto del mondo il problema è la riduzione delle aliquote. Quando, nel 1974, il governo Andreotti istituì l’IRPEF, c’erano 32 aliquote progressive. Sui redditi più bassi (fino a 2 milioni di lire) l’aliquota era del 10 per cento, sul milione successivo si pagava il 13 per cento e così via. Oltre i 500 milioni di lire si pagava il 72 per cento.
Occorre, insomma, da un lato contrastare (anche sul piano culturale ed educativo, ad esempio nell’Educazione civica) il tipo di crescita cui pensano le teorie economiche dominanti, che è tale da aggravare il debito ecologico sia tra i popoli, sia tra l’umanità e il pianeta. E dall’altro, rispettare la Costituzione: tornare a politiche fiscali strutturalmente progressive. Ovvero, chi più ha, più paghi.
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- MARIO SALOMONE
- Sociologo dell'ambiente, giornalista e scrittore, Mario Salomone dirige ".eco" dalla fondazione (1989), è autore di saggi, romanzi e racconti e di numerosi articoli su quotidiani e riviste. Già professore aggregato all'Università di Bergamo, è Segretario generale della rete mondiale di educazione ambientale WEEC, che realizza ogni due anni i congressi del settore.
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