La „Coronabond-Krise“ osservata dai Social Media: tra nazionalismo ed il desiderio di riscoprire un’economia locale

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Nelle parole dell’autrice Giulia Dickmans, una “figlia dell’Europa”, italotedesca di origine, la preoccupazione per le possibili derive nazionaliste del dibattito mediatico creatosi intorno ai cosiddetti Coronabond. E allo stesso tempo la speranza, illuminata dai valori europei, di un’economia rispettosa dell’ecosistema di cui tutti facciamo parte, nell’armonia di locale e globale che ben conosce chi si occupa di sostenibilità.

di Giulia Dickmans

“Voglio proprio vedere a chi venderete queste ciabatte se il vostro governo non si sbriga a fornirci aiuti. Nel frattempo compro italiano che è meglio.”, “…per ora non comprerei mai un prodotto tedesco per come veniamo trattati da Germania e Olanda…Autososteniamoci!“, “Non le ho mai comprate e adesso rinuncerò anche alla BMW e alla Paulaner.”, “Tedesco? No grazie.”.

Questi sono solo alcuni dei messaggi che negli ultimi giorni sono stati inviati dalla comunità virtuale italiana che segue e interagisce con diversi canali Social Media di una famosa azienda storica tedesca produttrice di scarpe. Emergono in prevalenza sentimenti anti tedeschi, di rabbia e delusione, ma anche il desiderio non troppo velato di sostenere e tornare ad un economia locale. Questo connubio è ambivalente e ad un primo approccio incoerente. In parte ricorda la policy populista “America First” di Trump, ma in parte, e forse in maniera inconsapevole, si scaglia contro un sistema capitalistico globale che sta alla base di profonde disuguaglianze economiche e sociali. Alcuni degli utenti inneggiano all’autoproduzione e all’autosostentamento e, per quanto utopistico, potrebbe essere uno dei pochi effetti positivi di quest pandemia: riscoprire un’ economia sostenibile a livello ambientale e non solo.

In realtà non c’è da stupirsi che dal 9 marzo, da quando l’intera società italiana è confinata a casa a causa del lockdown nazionale, si registrino molte più attività on-line, proprio come capita durante le vacanze. Infatti, come afferma una statistica americana, nei periodi di vacanza come agosto e dicembre, sui canali social media di grandi aziende, si registra un picco di interazioni virtuali che varia dal 50 al 60% in più rispetto al solito (https://media.sproutsocial.com/uploads/2019/10/Retail-Holiday-Keynote-_Final.001.jpeg). Perciò, che in questi giorni di reclusione forzata, i commenti e messaggi sui canali social media di questa grande azienda di scarpe tedesca siano raddoppiati, è in sintonia con questo trend ampiamente riconosciuto. La novità però, e non ci sono reali antecedenti, è il contenuto. Dei toni scherzosi e delle scaramucce su questioni di stile e opinioni divergenti in fatto di moda non c’è più traccia. I messaggi contengono insulti e esortazioni anti tedesche, le scarpe ormai sono solo un pretesto per discutere di problemi politici ed economici. La frustrazione e la ricerca di un nemico sembrano essere l’agenda degli innumerevoli utenti, ma se si legge con attenzione, al contempo si riconosce anche un desiderio di riappropriazione della filiera produttiva, della riscoperta dell’artigianato locale e della qualità del Made in Italy. Queste due istanze, solo apparentemente incongruenti, si sono avvicinate sempre di più negli ultimi anni, confondendo le acque e le traiettorie economiche del nostro paese, e forse proprio ora si pongono aggressivamente in essere, approfittando di un periodo straordinario come quello che stiamo vivendo in cui tutto sembra accelerare. Per capire se e come possano coniugarsi in futuro queste due istanze a livello politico ed economico in Italia, ha senso guardare ai motivi e al momento esatto in cui questo nuovo trend si è scatenato nel web ma non solo.

Il 23 marzo, nella riunione virtuale di Ecofin, alcuni governi del nord Europa, tra cui vengono sempre annoverati quello tedesco e quello olandese, seppur affiancati da quello finlandese ed austriaco, si sono dichiarati contrari all’implementazione dei così detti “Coronabond”, che invece sono stati fortemente auspicati da paesi fortemente colpiti dal Covid19 come Spagna e Italia. La motivazione del nostro premier è che questa crisi economica, che sta colpendo non solo l’Italia ma anche l’Europa e il resto del mondo, non è dovuta al malgoverno di un unico paese, ma è causata da fattori esterni e imprevedibili. Da allora, nei Media ufficiali così come in quelli informali, c’è stata una vera e propria corsa alla creazione del nemico: Il Nord, la Germania, la Merkel, l’Europa. A un mese ormai dall’inizio di questa pandemia, molti italiani, e non solo, si stanno chiedendo come l’Italia, e in particolare la Lombardia, una delle regioni più industrializzate al mondo, siano andate incontro ad un tal destino nefando e mortifero. Che uno dei motivi che ha fatto sì che i contagi si moltiplicassero esponenzialmente in Lombardia sia dovuto proprio alla massiva industrializzazione di questa regione è ormai dato per assodato. Considerato che, mentre in tutta Italia veniva implementato un severo lockdown, in Lombardia la produzione è continuata per altre due settimane secondo il motto #bergamononsiferma, esponendo operai e pendolari al contagio quasi assicurato. Nonostante ciò, però, pochissimi hanno il coraggio di accusare le istituzioni nazionali che, secondo un sondaggio di Demopolis, stanno ottenendo un maggior consenso tra la popolazione italiana, proprio a partire dall’inizio dell’epidemia. Invece, forse inutile a dirsi, è proprio l’ Unione Europea ad aver registrato un -12% di fiducia da parte degli italiani (Demopolis, http://www.televideoteca.it/tg3-linea-notte/1-aprile-2020-561840), per la felicità degli anti europeisti.

In una crisi si sa, bisogna stare uniti, e il presidente del consiglio lo ripete come un mantra, ad ogni piè sospinto nei suoi video su youtube dove regolarmente registra un numero di spettatori da capogiro, ad ulteriore dimostrazione che ormai la politica si gioca principalmente sui social media. Si sa che mantenere unito un popolo diviso da profonde disuguaglianze sociali e legato ai diversi regionalismi è difficile, e non pochi hanno fallito solo negli ultimi dieci anni. Però c’è uno strumento che funzione sempre: la creazione di un nemico comune, ancora meglio se esterno al paese. Già due settimane fa, quando le prime bandiere italiane venivano messe a sventolare dalle finestre e le persone si incontravano sui balconi per cantare all’unisono l’inno nazionale, era chiaro che un nemico invisibile come il virus andava sostituito al più presto con qualcosa di tangibile, o meglio qualcuno, un nemico a cui potersi rivolgere, un governo, uno stato, un’istituzione. Perché in fondo siamo in una guerra, come ci viene continuamente ripetuto, e ogni guerra che si consideri tale ha i suoi nemici e i suoi alleati. Perciò non stupisce che i media abbiano eletto la Merkel e l’ Unione Europea, che poi per molti sono un po’ la stessa cosa, come nemici numero uno dell’Italia, ciò che stupisce è che antichi rivali oggi si riscoprano alleati, e alleati contro l’Europa, di cui in teoria facciamo tutti parte fino a prova contraria.

Un unico ecosistema, un’unica Europa

Infatti, se da una parte lo spirito anti europeo, che forse in fondo giace in ognuno di noi, si sta infuocando per i motivi più disparati: delusione davanti a una solidarietà mancata, invidia per un paese che nonostante debba fare i conti con lo stesso virus che ha colpito l’Italia pare riuscire a mantenere un tasso di mortalità bassissimo, risentimento verso le dichiarazioni ufficiali di stati che accusano il governo italiano di approfittare della crisi per far pagare loro il debito nazionale, paura che una volta finita la crisi il mercato tedesco venga rafforzato, allusioni anacronistiche alla seconda guerra mondiale  e last but not least il fatto che l’Olanda sia un semi-paradiso fiscale (che finché ci se ne approfitta va bene, ma in fondo è sbagliato). Dall’altra parte riemergono istanze ambientaliste: auto produzione, sostegno dell’artigianato e delle piccole imprese, distribuzione a livello nazionale e in generale un’attenzione all’intera filiera produttiva e una preferenza per il locale piuttosto che il globale. Per una volta pare che Confindustria e sindacati, anti europeisti, democratici, protezionisti e liberali possano trovare un terreno d’intesa, e forse questa inedita crisi porterà alla ricerca di soluzioni nuove e quantomai visionarie, che potrebbero cercare di arginare il problema della pandemia alla radice, ovvero imponendo nell’economia e nella politica nazionale un rispetto almeno minimo dell’intero ecosistema. Al momento, però, il rischio di sfociare in bizzarre forme di eco-nazionalismo non è escluso, quindi forse è meglio fermarsi un attimo e rendersi conto che l’Italia fa parte dell’ Unione Europea e si trova in Europa, condividendo una Terra oltre che un’istituzione.

Scrive per noi

Giulia Dickmans
Giulia Dickmans
Di origine italotedesca, laureata in Storia Globale alla Freie Universität e Humboldt Univesität di Berlino con una tesi di ricerca sui rapporti tra paesi del Sud del mondo durante la guerra fredda, attualmente lavoro presso Home Movies-Archivio Nazionale del Film di Famiglia. Da sempre interessata a indagare i rapporti di potere a livello globale e locale, mi piace ricercare e scrivere sui temi più disparati riservando particolare attenzione alle fonti subalterne come la storia orale, l’audiovisivo e i social media. Nel 2019 ho pubblicato per Morellini Editore la guida Berlino al femminile.

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Di origine italotedesca, laureata in Storia Globale alla Freie Universität e Humboldt Univesität di Berlino con una tesi di ricerca sui rapporti tra paesi del Sud del mondo durante la guerra fredda, attualmente lavoro presso Home Movies-Archivio Nazionale del Film di Famiglia. Da sempre interessata a indagare i rapporti di potere a livello globale e locale, mi piace ricercare e scrivere sui temi più disparati riservando particolare attenzione alle fonti subalterne come la storia orale, l’audiovisivo e i social media. Nel 2019 ho pubblicato per Morellini Editore la guida Berlino al femminile.

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