Lezioni di pedagogia. Lo sportello d’ascolto… che sia anche pedagogico!
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Lezioni di Pedagogia è la rubrica di rivistaeco.it che tratta diversi temi formativi per sensibilizzare su argomenti che riguardano l’essere umano in tutte le sue fasce di età. Sono conversazioni di Tiziana Carena con la pedagogista Luisa Piarulli, della quale sono apparsi in “.eco” (edizioni a stampa e online) diversi interventi e recensioni di suoi lavori.
Il bisogno di parola e ascolto non giudicante è una dimensione fondamentale dell’esperienza umana
Il nostro tempo, difficile e complicato, è percorso da parole alte, altissime; parole che risuonano nei discorsi pubblici, nei dibattiti, nei proclami quotidiani: giustizia, diritto, legalità, forza, fragilità, inclusione, libertà, rispetto, amore e l’elenco potrebbe ancora continuare. Poco educati alla complessità, si ha la sensazione che le parole siano contenitori vuoti nei quali catapultare ogni significato a ciascuno più congeniale: è la supremazia dell’individualismo, molto pericolosa.
Pronunciamo la parola “pace”, ma continuiamo a praticare la guerra. Parliamo di “inclusione”, ma spesso escludiamo coloro che percepiamo come diversi. Crediamo di ascoltare, mentre in realtà ci limitiamo a percepire il rumore indistinto di molteplici voci provenienti da ogni direzione e da ogni microcosmo comunitario, divenendo al tempo stesso vittime, artefici, o peggio, carnefici delle e nelle dinamiche dei mondi virtuali. Assistiamo al progressivo deterioramento dell’ambiente e ne riconosciamo la gravità, ma persistiamo in comportamenti che ne alimentano il degrado. Siamo consapevoli della sofferenza e della povertà che colpiscono molti nostri simili e proviamo perfino compassione, e tuttavia continuiamo a procedere nell’indifferenza. Ci indigniamo di fronte alle manifestazioni di violenza, e tuttavia fenomeni come bullismo, cyberbullismo e stalking risultano in costante aumento. Nell’opera La banalità del male H. Arendt sottolinea come l’indifferenza, la rinuncia al pensiero critico e la semplice conformità alle opinioni dominanti possano contribuire alla diffusione di ingiustizie e violenze. C’è da preoccuparsi.
Proliferano i luoghi comuni. Tra i più diffusi ve n’è uno che trovo particolarmente inquietante: «Devono riaprire i manicomi!». Eppure, la follia colpisce spesso proprio coloro che possiedono il dono della parrēsia, vale a dire il coraggio della verità: la capacità di parlare assumendosi il rischio di esprimere, nonostante tutto, ciò che si ritiene autenticamente vero (Foucault, 2016). Rimando a un’altra sede un approfondimento su questo punto. Per ora, è sufficiente richiamare l’attenzione su un’urgenza non più rinviabile: la necessità di fare educazione. È un’utopia, di questi tempi? Forse. Ma non possiamo arrenderci, se è vero che l’utopia rappresenta il fine più alto della pedagogia: la creazione e la realizzazione di un luogo altro e, aggiungo, profondamente umano. Perché educare non è un gesto di potere, ma un atto di responsabilità. Non è facile, in un tempo che pretende soluzioni semplici a problemi complessi, risposte immediate a questioni che richiederebbero lentezza, attenzione, cura. I Care: prendersi a cuore.
La vera fragilità del nostro presente risiede nell’assenza di tempo da dedicare alla cura di sé e dell’altro (epimeleia). Si finisce così per sostenere interventi rivolti al disagio e all’emergenza, anziché promuovere e implementare condizioni di agio: quelle che rendono possibile riscoprire il carattere positivo della natura umana e intervenire su di essa in modo attivo, prima di scivolare nella spirale del disagio.
Il mondo cambia se cambia l’essere umano che lo abita e le sue parole
L’essere umano è un animale sociale che deve imparare a vivere, a esistere e ad affrontare il cambiamento tanto necessario quanto inevitabile. Non c’è riforma o legge che possa traghettare l’uomo verso il cambiamento se non l’educazione che è un processo permanente, complesso e articolato che accompagna l’individuo lungo tutto il suo percorso esistenziale. C’è una pedagogia dei genitori; c’è la geragogia che accompagna la persona nella vecchiaia e che, tra gli altri, ha il compito di contrastare le forme di ageismo; c’è una pedagogia speciale per promuovere l’autentica inclusione e via così. La pedagogia contrasta l’immobilismo del pensiero, il pregiudizio, le pre-conoscenze stigmatizzanti e accompagna il cambiamento, elemento fondante della natura umana. Gli “altri”, la società, le comunità, sui quali riversiamo colpe e responsabilità, non siamo che noi.
La metabletica, la scienza del cambiamento, ci ricorda che cambiare è possibile e che gli “Altri” non sono un’entità indistinta, ma un insieme composto da tanti “ciascuno” educati a sostare nella domanda, ad accogliere il dubbio e a esercitare la riflessione. Riflettere non significa semplicemente pensare, ma introdurre una pausa consapevole che consente di pensare il pensiero che accompagna ogni nostra azione (epistemologia riflessiva) e che attribuisce valore al processo di consapevolezza critica attraverso cui il soggetto analizza e rielabora le proprie esperienze. È un percorso lento ma necessario, un nuovo atteggiamento mentale che rende possibile l’acquisizione di un potere personale “buono”: l’empowerment, la finalità propria della scienza dell’educazione e della formazione. Manca il tempo, si dice. E così si continua a sostituire l’agire educativo con l’agire emergenziale, mentre le difficoltà a so-stare nel conflitto (D. Novara), i ritmi frenetici, le crisi economiche, l’instabilità politica mondiale non fanno che produrre malessere, accentuando individualismi esasperati, dinamiche emotive non elaborate. Lo spazio di parola pensata è sempre più deprivato.
Lo sportello d’ascolto pedagogico è una pratica che la comunità pedagogica evoca da tempo, sperimentata nel corso degli anni in contesti sensibili, con risultati più che fruttuosi, eppure poco considerato a favore del moltiplicarsi di psicologi scolastici, che pure sono indispensabili. Lo sportello pedagogico rappresenta lo spazio umano e umanizzante dell’Incontro, della parola, del pensiero e della riflessione. È uno spazio nel quale si svolge l’arte paziente di accompagnare la persona nella scoperta del mondo, educando a guardare, prima ancora che a giudicare, a interrogarsi, prima ancora che a rispondere, a comprendere che la realtà non si lascia racchiudere in formule semplici, né in verità definitive. Si tratta di un percorso complesso, fatto di cadute e di rialzi, di scoramento e di ripresa, di paura e di coraggio, di domanda e ricerca di risposte. È un vero e proprio laboratorio di pensiero circolare nel quale l’educante si fa educato e viceversa, a cominciare dalla scuola.
Se il pedagogista è oggi una figura riconosciuta dal punto di vista normativo e professionale, appare legittimo chiedersi perché la scuola non ne preveda ancora una presenza stabile al proprio interno. Integrare la figura del pedagogista nella vita scolastica non significa sovrapporsi ad altre professionalità, ma arricchire il sistema educativo di una competenza specifica: quella di chi, per formazione e mandato professionale, si occupa della qualità dei processi educativi. Non si tratta di aggiungere una figura in più, ma di riconoscere pienamente una risorsa che la normativa già contempla e che la scuola potrebbe valorizzare in modo strutturale. In diverse realtà si stanno sperimentando gli “sportelli d’ascolto pedagogici” con esito più che positivo.
Lo sportello pedagogico è luogo di parola, di sguardo, di apertura all’altro, di epochè
Nell’esperienza quotidiana, c’è sempre un momento in cui si avverte il bisogno di parlare delle proprie difficoltà senza necessariamente ricorrere a una cornice diagnostica o clinica. Si tratta di una richiesta semplice ma significativa: poter condividere un problema, formulare una domanda: “Come posso affrontare questa situazione?” e ricevere un ascolto autentico, libero da giudizi e da interpretazioni precostituite. Questo bisogno rimanda a una dimensione fondamentale dell’essere umano: la necessità di esprimersi e di essere riconosciuti attraverso la parola. Il linguaggio non è soltanto uno strumento comunicativo, ma anche uno spazio di costruzione di senso. Dare voce alla propria esperienza consente infatti di organizzarla, comprenderla e, in alcuni casi, trasformarla. È importante distinguere tra disagio esistenziale e disturbo psicologico. Non tutte le difficoltà che le persone attraversano richiedono una diagnosi o un intervento terapeutico strutturato. In molti casi, ciò che risulta maggiormente efficace è la possibilità di accedere a contesti relazionali caratterizzati da ascolto attivo, sospensione del giudizio e validazione dell’esperienza. Il concetto di ascolto non giudicante implica una postura relazionale specifica. Non si tratta semplicemente di “ascoltare”, ma di creare uno spazio in cui l’altro possa esprimersi senza il timore di essere valutato, corretto o etichettato, un luogo dove qualcuno ti dice: “Tranquillo, hai buone risorse, proviamo a capire insieme, proviamo a cercare il modo per superare questo momento, ce la possiamo fare, io sono qui con te”.
Può trattarsi di uno studente, di un genitore confuso e preoccupato, di un docente che attraversa un momento di sconforto o di stanchezza. Il pedagogista ascolta, mette sul tavolo la questione e rassicura: “La guardiamo insieme, la rileggiamo, la reinterpretiamo. Non ho la soluzione, cerchiamola insieme, dovrebbe essere già dentro di te”; è un professionista che si mette in gioco, che empatizza, che sa mediare senza ergersi a giudice, che non denuncia ma condivide per cercare possibili strategie (anche l’eventuale invio a servizi specifici del territorio, quando necessario).
Un’esperienza
Nella mia esperienza personale, in un istituto di scuola secondaria di secondo grado, dove sono statadocente di scienze umane e sociali, per motivi di ricerca personale ho proposto e avviato la sperimentazione dello sportello d’ascolto pedagogico. Ho scelto di puntare sulla formazione di peer educator1, ovvero studenti che ho preventivamente formato, sensibili alle dinamiche sociali, empatici, capaci di intercettare precocemente forme di disagio e conflitto che emergono nei contesti informali della vita scolastica, come gli intervalli o gli spazi meno accessibili agli adulti (i servizi igienici…). Insieme abbiamo stabilito un “codice di comportamento deontologico”: privacy, riservatezza assoluta, empatia, assenza di giudizio. Hanno realizzato brochure informative, sono passati in ogni classe a spiegare il significato e l’organizzazione dello sportello pedagogico, hanno parlato a tu per tu con gli studenti e con i docenti per creare un clima di fiducia, hanno spiegato che nella scuola era stata predisposta una cassetta della posta per consentire agli studenti di chiedere aiuto o esprimere il bisogno di parlare. La pedagogista li avrebbe cercati con discrezione. Questo strumento si è rivelato particolarmente utile per intercettare situazioni che difficilmente sarebbero emerse attraverso un accesso diretto allo sportello pedagogico. Anche i docenti sono stati coinvolti, con la possibilità di segnalare eventuali criticità relazionali, come episodi di bullismo o difficoltà nella convivenza di classe. A ciascuna segnalazione ha fatto seguito un tempo di confronto con i peer educator, finalizzato alla progettazione condivisa degli interventi sulla classe, sempre sotto la supervisione pedagogica. Con il tempo, le richieste sono aumentate in modo significativo.
All’inizio di ogni anno scolastico sono stati programmati percorsi di approfondimento su tematiche specifiche come il bullismo o le dipendenze, coinvolgendo le classi dell’istituto nella realizzazione di contributi, nonché la realizzazione di momenti informativi, quali mini conferenze rivolte alle classi in ingresso, pensati come occasioni di accoglienza, sensibilizzazione e prevenzione, o secondo bisogni emergenti, o a conclusione di anno scolastico.
Dal punto di vista metodologico, ogni pedagogista dello sportello d’ascolto attiva strumenti coerenti con il proprio orientamento. Nel mio caso, nei colloqui individuali, ho privilegiato tecniche autobiografiche e narrative. Ho visto studenti aprirsi, fiduciosi e indotti a cercarmi per “parlare un po’” e dopo, stare meglio. Altri hanno rielaborato il proprio disagio attraverso la scrittura, la poesia o il racconto, trasformando l’esperienza in una risorsa espressiva, ricavandone ben-Essere. Una studentessa ha scritto per giorni…il romanzo della sua esperienza di dolore. Una catarsi. Spesso, i giovani studenti non hanno chiesto altro se non un po’ di ascolto autentico.
Promuovere una cultura dell’ascolto non giudicante significa restituire centralità alla relazione educativa come luogo di riconoscimento e di crescita, senza sostituire gli interventi clinici quando necessari, purché spiegati e condivisi con gli stessi studenti.
Allo sportello pedagogico hanno avuto accesso i genitori che non riuscivano a comunicare con i propri figli: insieme si è cercato di capire, mediare, far incontrare; così come certi docenti scoraggiati: insieme si è provato a cercare soluzioni e a ritrovare l’amore per il mestiere bellissimo dell’insegnare.
Attraverso l’esperienza maturata sul campo ho compreso quanto il benessere dell’adulto educante sia una condizione imprescindibile per la qualità della relazione educativa. Aver cura di sé rappresenta, infatti, un presupposto fondamentale per poter aver cura dell’altro. In questa prospettiva, sono stati progettati momenti di incontro e formazione rivolti ai docenti e alle famiglie, centrati su tematiche specifiche di natura educativa e culturale, coinvolgendo sia esperti esterni sia risorse interne alla scuola: ora un poeta, ora un letterato, ora un matematico, ora un rappresentante dell’associazionismo, ora un educatore del Centro di Giustizia Minorile e tanti, tanti altri e quasi sempre a titolo volontario.
È stata un’esperienza stra-ordinaria, molto faticosa seppure fruttuosa e tanto gratificante che, successivamente, ho potuto replicare solo parzialmente in altre scuole dove disponevo di un limitato “un pacchetto di ore”. Ciò mi ha ulteriormente convinta che il pedagogista deve essere una figura di sistema che opera in sinergia con gli altri professionisti, senza mai sostituirsi ad essi. In un’epoca in cui sembra diffondersi una sorta di “tuttologia”, bisogna imparare a riconoscere, ad apprezzare e a utilizzare con sapienza, ruoli, funzioni e competenze specifiche. L’esperto dell’educazione e della formazione, all’interno del contesto scolastico è una figura di coordinamento, di supervisione, di progettualità e progettazione, di raccordo e mediazione: un punto di connessione tra studenti, docenti, famiglie e bisogni emergenti, capace di leggere in modo diretto le dinamiche relazionali e di attivare risposte educative il più possibile aderenti al tessuto scolastico specifico.
La mia è stata l’esperienza, qui restituita per sommi capi, di una docente che è anche pedagogista, sebbene i due ruoli, per loro natura, richiederebbero una netta distinzione. Un percorso che mi ha permesso di dare consistenza ad alcune intuizioni, di raccogliere elementi significativi e di elaborare le mie tesi in modo più convinto. Grande è stata la soddisfazione nell’incontrare Dirigenti scolastici e insegnanti sensibili, capaci di credere nel progetto fino a far proprio un linguaggio pedagogico specifico. Ma l’aspetto più ricco ed emozionante è stato senza dubbio il lavoro condiviso con gli studenti peer educator: una collaborazione viva, creativa, propositiva e profondamente costruttiva. Giovani straordinari, che hanno saputo appassionarsi e offrire, con generosità, il meglio di sé.
L’esperienza è proseguita con altri professionisti che pur volendo mantenere vivo il percorso, hanno iniziato un’altra storia, né peggiore, né migliore. Semplicemente una storia diversa. Ed è un bene che sia così visto che cambiano le persone, i bisogni, i tempi, i contesti.
Lo sportello di ascolto pedagogico può estendersi a tutte le fasce di età
Lo sportello d’ascolto sarebbe auspicabile anche per la popolazione anziana. Nel mio ultimo libro affermo: «Sarebbe poi lecito ipotizzare uno sportello d’ascolto pedagogico itinerante, come servizio domiciliare (basterebbero un paio d’ore al giorno!): un’eccellenza nell’educativa per anziani, dove c’è bisogno di parola gentile e di bellezza, di vita e di relazione, di positività e di ottimismo, di dialogo e di riflessione, ma anche di allegria, utili a condividere considerazioni sul senso della vita e dei suoi itinerari, e amare di più il presente. Sarebbe una seria e concreta applicazione di democrazia sociale. Lo sportello d’ascolto pedagogico consentirebbe di allargare lo sguardo, di capire semplicemente che la vecchiaia non è un incidente ma l’evoluzione normale dello sviluppo della vita, di vedere oltre la pragmatica cortina medico-sanitaria, di pensare oltre le consuete iniziative ludiche di animazione generalmente proposte, di auto educarsi».2
Lo sportello pedagogico è luogo dove sentirsi al sicuro da giudizi affrettati e tecnici
Mi è capitato di leggere referti relativi ad anziani ospedalizzati o inseriti in strutture, nei quali ricorre spesso la formula: «È disorientato», «le facoltà cognitive superiori sono compromesse», o espressioni analoghe, firmate da professionisti che sottopongono a test persone anziane, allettate o ricoverate. Sono referti che allarmano. Mi sono chiesta, con semplicità, se anch’io non avrei difficoltà a ricordare una data o a ricostruire una sequenza di eventi in un contesto estraneo, in uno stato emotivo segnato dalla paura, dalla solitudine, dalla sensazione di abbandono. Eppure, quell’etichetta resta: perseguita, si fissa sulla carta e passa di mano in mano, accompagnando la persona. Forse, a volte, basterebbe un sorriso e una domanda semplice: «Parliamo un po’?».
È, in ultima analisi, l’atteggiamento mentale a fare la differenza. Il pedagogista si caratterizza per una forma mentis non rigidamente orientata da test, tabelle o diagnosi, ma aperta alla complessità dell’esperienza umana. La sua formazione lo conduce ad avvicinarsi alla persona non come a un caso da classificare, bensì come a un soggetto portatore di una storia, di significati e di vissuti da ascoltare e comprendere. L’intervento pedagogico prende forma nella relazione, si nutre di ascolto, dà valore alla narrazione della storia di vita, riconoscendo nella parola uno strumento privilegiato di conoscenza e trasformazione. Siamo esseri di relazione.
All’inizio è relazione.
(M. Buber)
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- Luisa Piarulli
- Luisa Piarulli è esperta in Bioetica e pedagogia del territorio. Premio Curcio 2016 per la cultura pedagogica e docente a contratto all’Università Cattolica di Milano, insegna scienze umane e sociali nelle scuole secondarie superiori. Past president nazionale Anpe, fa parte dell’Osservatorio nazionale infanzia e adolescenza e del Comitato scientifico dell’Associazione Pensare Oltre. Scrittrice, è editorialista per Orizzonte Scuola. Fa consulenza pedagogica nel suo studio che ama definire il suo “laboratorio pedagogico”, a Torino. Considera una missione promuovere la cultura pedagogica e il ruolo del pedagogista negli ambienti socio-educativi per contrastare la forte ondata medicalizzante che investe giovani e adulti.
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