Il Club di Roma, 50 anni dopo con gli stessi dilemmi

Faccia a faccia con i “dilemmi dell’umanità”. Peccei e il Club di Roma suscitarono polemiche e resistenze, a destra come a sinistra, fino a chi li considerava degli “impostori”. Ma, come scriveva lo stesso Peccei, solo con una visione d’insieme della condizione umana e delle sue alternative nell’era tecnologica “ciascuno di noi può essere preparato a contribuire a che le scelte – che inevitabilmente si dovranno fare nei prossimi anni – siano fatte con intelligenza e con intendimenti veramente civili, tenendo conto degli effetti che essi avranno negli anni o decenni a venire per noi stessi e per le generazioni che da noi erediteranno i beni naturali e culturali che noi sapremo conservare o creare”

di Ugo Leone

Riprendiamo da “ilbolive.unipd.it”, periodico on line dell’Università di Padova, che ringraziamo, questo commento di Ugo Leone, condirettore di “.eco”.

Era l’aprile del 1968, 50 anni fa, quando nacque il “Club di Roma”, che si sarebbe potuto chiamare diversamente se i suoi fondatori non si fossero riuniti a Roma all’Accademia dei Lincei alla Villa Farnesina…
Come e perché avvenne questa fondazione? Le motivazioni che, data la fonte, potrei definire più autentiche si trovano sul sito www.clubofrome.org, dove in modo sintetico e perfino divertente si racconta che “Su invito di Aurelio Peccei e Alexander King, circa 30 scienziati, economisti e industriali europei si riunirono a Roma per discutere di problemi globali. L’incontro fu un flop monumentale. King aveva chiesto a un collega dell’OCSE, l’astrofisico Erich Jantsch, di preparare un documento di base per la discussione. Era un saggio brillante, ma troppo astratto, complicato e controverso. A una cena successiva con un piccolo gruppo di partecipanti, concordarono di essere stati ‘troppo sciocchi, ingenui e impazienti’ e semplicemente di non aver capito abbastanza l’argomento. Decisero di trascorrere l’anno successivo educando se stessi e definendo questo circolo di discussione il ‘Club di Roma’”.
Così nacque, soprattutto per impulso dell’imprenditore piemontese Aurelio Peccei, massone, il quale, tra le altre numerose attività, presiedeva in Argentina la Fiat Concord. Dopo l’iniziale “flop monumentale”, i fondatori decisero di investire fondi per realizzare una serie di rapporti sui “dilemmi dell’umanità” analizzati scientificamente nelle cause e nelle possibili soluzioni. Per farlo decisero di finanziare le ricerche di un gruppo di scienziati del Massachusetts Institute of Technology (MIT). Questi elaborarono un modello computerizzato per prevedere le conseguenze ambientali ed economiche della crescita incontrollata della popolazione e della produzione industriale. Il risultato di questi studi, commissionati dal Club di Roma e condotti da Donella H. Meadows, Dennis L. Meadows, Jorgen Randers, William W. Behrens III, fu la pubblicazione nel 1972 diThe Limits to Growth. A Report for THE Club of Rome’s Project on the Predicament of Mankind.Il primo famoso rapporto tradotto in italiano col titolo “I limiti dello sviluppo” e uscito per le Edizioni Scientifiche e Tecniche di Mondadori. Titolo che mal traduceva l’inglese “Growth” continuando semplicisticamente a ritenere sviluppo come sinonimo di crescita.

Un successo molto contrastato

Il rapporto ebbe un gran successo. Più correttamente si dovrebbe dire che ebbe un gran riscontro con un consenso notevolmente contrastato perché fu diversamente considerato e accettato il ricorso al concetto di limiti alla crescita e, tanto meno, allo sviluppo.
Anche per questo il Club di Roma risentì positivamente in termini di conoscenza e riconoscimenti a livello internazionale.
Tra i primi a riconoscere la validità delle tesi del primo rapporto furono i movimenti ambientalisti figli abbastanza diretti del 1968. Come racconta uno dei padri dell’ambientalismo italiano, Giorgio Nebbia, “Dopo la sua lettura, insieme a quella di ‘100 pagine per l’avvenire’ dello stesso Peccei (1981) io stesso aderii alle istanze proposte dal Club di Roma e per molto tempo non mi posi il problema della loro messa in discussione”. Messa in discussione che, poi, avvenne.
Personalmente (per quello che vale) occupandomi dei problemi dell’ambiente con i miei studenti universitari sin dal 1970, manifestai subito perplessità se non sulla diagnosi, sulla terapia indicata dal MIT/Club di Roma.
Diagnosi e terapia sono sufficientemente note, ma col passare dei decenni è verosimile che i più giovani lettori di questi argomenti non le conoscano perfettamente. Perciò mi sembra utile ricordarle.
La diagnosi: nell’ipotesi che la linea di crescita riscontrata fosse continuata inalterata nei cinque settori fondamentali (popolazione, industrializzazione, inquinamento, produzione di alimenti, consumo delle risorse naturali) l’umanità avrebbe raggiunto i limiti naturali dello sviluppo entro i successivi cento anni a causa del previsto e temuto incontrollabile declino del livello di popolazione e del sistema industriale;
La terapia: è possibile modificare questa linea di sviluppo e determinare una condizione di stabilità ecologica in grado di protrarsi nel futuro. La condizione di equilibrio globale potrebbe essere definita in modo tale che ne risultino soddisfatti i bisogni materiali degli abitanti della Terra e che ognuno abbia le stesse opportunità di realizzare compiutamente il proprio potenziale umano; se l’umanità opterà per questa seconda alternativa, invece che per la prima, le probabilità di successo saranno tanto maggiori quanto più presto essa comincerà a operare in tale direzione.
I ricercatori del MIT, dunque, in modo autorevole cominciarono a porre il problema dei “limiti” allo sviluppo ipotizzando – per rimandare il più lontano possibile “l’incontrollabile declino del livello di popolazione e del sistema industriale” – una società sostanzialmente stazionaria che riduca al minimo i consumi di risorse e il suo tasso di sviluppo realizzando quella che venne definita “crescita zero”.
La mia perplessità della quale dicevo era riferita soprattutto ai problemi economici e sociali dei Mezzogiorno della Terra compreso il Mezzogiorno d’Italia.
La manifestai, però, riconoscendo a quel rapporto quella che mi sembrava una importante valutazione dei ricercatori del MIT consistente in una tabella sulla Distribuzione e consumo dei principali minerali del mondo alle pagine 52/55 della versione italiana. Una tabella che calcolava, in base ai prevedibili consumi, la presumibile durata nel tempo delle esauribili fonti di energia e materie prime utilizzate nella crescita economica dalla rivoluzione industriale in poi.
Ma indipendentemente dalle personali valutazioni, le posizioni critiche dei contenuti dei Limiti dello sviluppo aumentarono sino a mettere sotto accusa il Club di Roma che aveva finanziato quel rapporto ritenendo che il vero scopo del Club di Roma fosse “quello di organizzare la propaganda sulla crisi ambientale e sfruttare quest’ultima per giustificare la centralizzazione del potere (secondo il paradigma problema-reazione-soluzione), la soppressione dello sviluppo industriale sia in Occidente che nel Terzo Mondo ed il controllo della popolazione mediante l’eugenetica.”

L’accusa di impostura

E sino ad arrivare a definire un’impostura quella del Club di Roma.
Lo fece Philippe Braillard (sociologo delle Relazioni internazionali all’Institut Universitaire de Hautes Ètudes Internationales di Ginevra) nel 1982 pubblicando per la Presses Universitaires de France (e l’anno dopo per Dedalo) un volumetto dal titolo L’impostura del Club di Roma. Impostura consistente nel fatto che “il preteso rigore scientifico e la decantata neutralità ideologica” del rapporto del MIT nascondevano “i veri obiettivi del Club di Roma: razionalizzare l’economia e la politica del pianeta attraverso una gestione degli interessi dell’umanità che guardi al modello tecnocratico delle imprese multinazionali”. Più “garbatamente” in un intervento su Rinascita n.37 del 1972 Emilio Garroni scriveva che il rapporto del MIT va “avvicinato con il rispetto che esigono tutti i documenti scientifici seri, anche se, per avventura, come è inevitabile essi siano in parte sbagliati od inadeguati”.
Con pari garbo un lettore di Alessandria (Guido Manzone) nel successivo n. 38 pur concordando con la valutazione di Garroni, manifestava il timore “che il rapporto del Club di Roma venga utilizzato come testa di Gorgona da agitare allo sguardo dei paesi più sfruttati e sottosviluppati del pianeta, alla guisa di un terrifico spauracchio ecologico onde tener lontana ogni loro forma di industrializzazione o di progresso”.
Si potrebbe continuare molto a lungo citando i pro e i contro le tesi fatte proprie dal Club che, poi, nei decenni successivi sono state progressivamente “riviste” sino a “I nuovi limiti dello sviluppo. La salute del pianeta nel terzo millennio” (Mondadori 2006).
Ma quello che mi piace rilevare, tornando al lavoro di Braillard, è nella quarta di copertina della edizione italiana (le quarte di copertina a volte le scrive l’autore stesso invitato dall’editore a farlo), dove si legge: “Cambiare rotta o scomparire. Questo è il dilemma che, secondo il Club di Roma, l’umanità deve sciogliere con drammatica tempestività: la crisi energetica, la politica degli sprechi, i disastri ecologici i problemi della fame e del sottosviluppo sarebbero gli incontrovertibili, allarmanti segnali premonitori di una catastrofe mondiale tanto imminente e irreversibile da comportare il rischio di estinzione della specie umana”.
Oggi, 50 anni dopo il Club di Roma e 46 dopo il rapporto del MIT i problemi alla base dei “dilemmi dell’umanità” rimangono abbastanza inalterati nella sostanza, anche se quantitativamente meno angoscianti e concentrati in un numero inferiore di aree geografiche. Ma, con crescente consapevolezza, a questi se ne aggiunge un altro che non guarda in faccia a nessuno, ma trasversalmente alla geografia della crescita, riguarda tutti: il problema dei mutamenti climatici che induce a paventare lo stesso rischio della estinzione della specie umana.
Come fare ad evitare di andare Verso l’abisso?
È questo “verso l’abisso” il titolo di un libro scritto da Aurelio Peccei nel 1969 per The Macmillan Company di New York e tradotto in italiano nel 1970 per Etas Kompass. Nella introduzione alla seconda edizione italiana (1974) Peccei ricorda l’impegno del Club di Roma per la realizzazione de I limiti dello sviluppo e anticipa notizie su “una nuova ondata di progetti promossi ugualmente dal Club di Roma”.
E così conclude: “Consiglierei a chi leggerà o sfoglierà questo libro di soffermarsi a meditare sulla visione d’insieme della condizione umana e delle sue alternative nell’era tecnologica che esso tende a dare; e di stabilire nella sua mente un rapporto tra il presente turbolento o incerto che oggi viviamo e gli sviluppi potenziali, positivi o negativi, di cui esso è già gravido. Soltanto così, credo, ciascuno di noi può essere preparato a contribuire a che le scelte – che inevitabilmente si dovranno fare nei prossimi anni – siano fatte con intelligenza e con intendimenti veramente civili, tenendo conto degli effetti che essi avranno negli anni o decenni a venire per noi stessi e per le generazioni che da noi erediteranno i beni naturali e culturali che noi sapremo conservare o creare”.
Che è anche una anticipazione dello “sviluppo sostenibile” proposto nel 1987 dalla commissione Brundtland promossa dalle Nazioni Unite per Our Common Future.

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UGO LEONE
UGO LEONE
Professore ordinario di politica dell'ambiente presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Napoli "Federico II". I suoi interessi scientifici e i contenuti delle sue pubblicazioni sono incentrati prevalentemente sui problemi dell'ambiente e del Mezzogiorno. E' autore di numerosi volumi e editorialista dell'edizione napoletana del quotidiano "la Repubblica"

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