Italia: IN CASO DI EMERGENZA ROMPERE IL VETRO

Governo Draghi, in parte tecnico-scientifico, in parte politico, alla prova di promuovere davvero la cultura della sostenibilità e della “transizione ecologica”. Occorre una scienza della politica o una politica della scienza? La risposta sta nel dare spazio all’immaginazione scientifica e rimodellare le nostre istituzioni politiche: la “questione ambientale” ha mostrato che la scienza naturale, le scienze della vita devono avere un posto centrale nella politica e che occorrono competenze transdisciplinari per uscire da una logica di pura emergenza.

David Quammen nel 2020 è stato premiato da WEEC Network

Nel volumetto Perché non eravamo pronti? (Milano, Adelphi, 2020), David Quammen (già noto autore di Spillover, un libro pubblicato nel 2014 nel quale ha prefigurato il diffondersi di una letale pandemia di origine animale), riferendo un suo colloquio con Ali Khan, virologo del National Center for Zoonotic, Vector-Borne, and Enteric Diseases, riferisce la risposta a una precisa domanda che gli ha rivolto: «Perché la maggior parte dei paesi – e in particolar modo gli Stati Uniti – era così impreparata? Per una mancanza di informazione scientifica, o di soldi?». «Per una mancanza di immaginazione» la risposta.

Khan si era occupato della SARS, poi della MERS, infine, del Covid. Come riferito da Quammen, nel volume The Next Pandemic ha scritto: «È giunto il momento per noi di smetterla di considerare la sanità pubblica come un martelletto di sicurezza, con sotto la scritta: IN CASO DI EMERGENZA ROMPERE IL VETRO». Occorre, invece, investire in misure di prevenzione, scoprire nuovi virus e monitorare attentamente i meccanismi di spillover. Dare spazio, cioè, all’immaginazione scientifica.

Un ripensamento degli assetti liberaldemocratici

Dare spazio all’immaginazione scientifica esige il modellare le nostre istituzioni politiche in modo da renderle efficaci come strumenti per la tutela della salute. Sia la catastrofe climatica, sia la sanità globale richiedono un ripensamento degli assetti liberaldemocratici occidentali. A chiunque si sia occupato di storia delle istituzioni politiche occidentali moderne e contemporanee è noto che l’attenzione degli studiosi, via via che la rivoluzione industriale, nei suoi vari stadi, ha contribuito a creare la società di massa, è stata attratta da un preciso problema dell’architettura istituzionale: come equilibrare le esigenze di rappresentanza della società civile a livello di massa con la tutela delle minoranze negli organi rappresentativi. Era ed è il problema-chiave delle istituzioni liberal-democratiche. Ma via via che è emersa, nel corso degli anni Sessanta e Settanta del XX secolo, la “questione ambientale” è stato progressivamente chiaro che nell’architettura liberal-democratica deve esserci un posto per la scienza naturale, per le scienze della vita. E che questo posto non può essere quello di un complesso di strumenti nelle mani dell’“opinione pubblica” e dei suoi rappresentanti, ma deve essere un posto di guida illuminata dell’opinione pubblica, affine a quello che Max Weber denominava “modello di leadership legale-razionale.” Non è difficile pensare questo modello nei termini, ormai classici di quella che Max Horkheimer chiamava “razionalità strumentale”: “se vuoi questa cosa, questi sono i mezzi per raggiungerla.” La “cosa” ricercata è la rigenerazione dell’ambiente e dei termini stessi della salute umana.

Gli strettissimi nessi tra pandemia, rapporti socioeconomici e istituzioni politiche

Purtroppo, questa esigenza è emersa in modo drammatico proprio nel corso della pandemia da Covid-19 e non soltanto nel nostro paese. Ma è del nostro paese che è opportuno parlare. Ci accorgeremo che nessi strettissimi si intrecciano tra pandemia, rapporti socioeconomici e istituzioni politiche.

Partiamo da alcune ovvie considerazioni.

Evidenze epidemiologiche collegano l’abbassarsi della curva dei contagi al lock-down “duro”.

Evidenze econometriche collegano il lock-down “duro” a prospettive economiche e sociali assai critiche.

Evidenze politologiche collegano la frammentazione del quadro politico italiano e l’instabilità degli esecutivi.

Evidenze storico-istituzionali collegano i contrasti fra il legiferare centrale e il legiferare regionale e locale alla catena di incertezze pratiche che hanno caratterizzato la gestione italiana, pur così meritoria, della pandemia.

Infine: esiste, con ogni probabilità, una connessione purtroppo assai forte tra l’esigenza scientifica e pratica dell’individuazione rapida di misure contro la pandemia e l’assenza di strumenti di intervento rapido al di là dei DPCM, nonché una relativa marginalità degli scienziati nella gestione della pandemia.

Mancano competenze transdisciplinari

Le evidenze qui enumerate e la probabilità appena sopra sottolineata spingono a porsi alcune domande che convergono in un quesito assai pesante: come adattare le istituzioni politiche liberal-democratiche alle nuove esigenze ambientali e sanitarie, nonché economiche portate in primo piano dalla pandemia e dalla catastrofe climatica? Si nota semplicemente che ci troviamo di fronte a un nodo problematico multidisciplinare o, dato che i diversi problemi si intersecano l’uno con l’altro, transdisciplinare. E che per risolverlo mancano, attualmente, competenze adeguate, che abbraccino le scienze umane, le scienze storiche e le scienze naturali, senza che si possa registrare un rilevante dibattito fra le diverse discipline che si occupano dei diversi problemi urgenti in questo primo ventennio del XXI secolo che minacciano di essere i problemi dell’intero secolo.

In altri termini: fino a ora il ruolo del sapere scientifico è stato troppo marginale nella gestione dei problemi sociali e ambientali che il nuovo secolo ha portato con sé e troppo legato, soprattutto in prospettiva, a una bipartizione obsoleta, anche se variamente rinominata (scienze della natura vs. scienze dello spirito).

Ma torniamo all’Italia.

Promuovere la coesione sociale e la cultura della sostenibilità

Dalla crisi del quadro politico italiano è emerso un governo in parte tecnico-scientifico, in parte politico, affidato a un tecnico di primo piano, l’ex presidente della Banca Centrale Europea ed economista Mario Draghi. Si è detto che, così, la politica ha ammesso la propria impotenza a esprimere una leadership. Ma anche l’esecutivo di Draghi avrà a che fare con una maggioranza frammentata, dalle movenze non facilmente prevedibili, dalla quale dovrà trarre la legittimazione a governare e potrebbe trovarsi di fronte ai medesimi problemi che hanno segnato la crisi del governo di Giuseppe Conte. Oppure la caratterizzazione in termini di strumenti politico-scientifici per promuovere la coesione sociale e la cultura della sostenibilità e della “transizione ecologica”, caratterizzazione del programma implicito nelle esternazioni del Presidente del Consiglio incaricato, stimoleranno una maggioranza politica durevolmente stabile?

Parliamone ;-)