Rallentare la nostra sfrenata corsa: i Banande ci insegnano il valore della sospensione

La pandemia di Covid-19 è stata la brusca frenata di una macchina in autostrada: l’autista, convinto che il percorso fosse sempre dritto, regolare, privo di ostacoli, all’improvviso si è trovato davanti un muro ed è stato costretto a frenare per non schiantarsi. Per noi abituati ad andare a mille e a non dormire neanche più per lavorare, il Coronavirus ha rappresentato un rallentamento estemporaneo, tanto sconvolgente e destabilizzante da costringerci ad arrestare completamente la corsa, fino a trovarci disorientati presso uno spiazzo a bordo della strada. Fino a guardarci intorno, e chiederci cosa c’era che non andava. Tutto ciò era imprevedibile, ed è questo che ci ha fregato.

È rimasto tutto in sospeso. Progetti, investimenti e destini. Lezioni in aula e scambi di idee, relazioni e abbracci. In quella distanza che ha pesato sul cuore di tutti. Vite in attesa col fiato sospeso.

La sospensione nella cultura Banande

I Banande, una popolazione della Repubblica Democratica del Congo, in fatto di sospensione hanno un approccio che si pone come una buona alternativa alla nostra reazione al virus. Il motivo è che per loro la sospensione è culturale, prevista, e sanno perfettamente come comportarsi quando si verifica. Gli studi condotti dal 1976 nel nord-Kivu da Francesco Remotti, professore emerito di Antropologia Culturale, ci possono aiutare a una migliore comprensione di questa pratica. È proprio Remotti a mettere in relazione la situazione pandemica in Occidente con i Banande, all’interno del libro Il mondo che avrete, scritto con Adriano Favole e Marco Aime. 

Remotti spiega infatti come la cultura Banande, basata sul disboscamento e sulla distruzione, preveda non uno, bensì tre tipi di sospensione. Il primo riguarda il rapporto con la foresta, considerata una quasi-persona avente una propria agency, ovvero una capacità di agire e intervenire sulle cose. I Banande si definiscono abakondi, ovvero abbattitori di alberi. Sono grandi disboscatori, eppure la loro attività lascia sempre un pezzo di foresta intatto, così che questa possa ristabilire un equilibrio tra la nascita e la distruzione, tra la vita e la morte. 

La seconda sospensione avviene al momento della morte del capo, il mwami: invece che essere sepolto nel bananeto intorno al villaggio, il suo corpo viene collocato in un mahero, una tomba arborea sulla cima di una collinetta. Intorno, vengono piantati dei ficus selvatici che crescono nella foresta, le cui radici aeree richiamano la circolarità del tempo. Dopo la sepoltura del capo, questo luogo diventa intoccabile, ed è impensabile agire su questa piccola, nuova foresta che si va a creare. 

Il terzo tipo di sospensione si verifica immediatamente dopo la seconda. Si tratta della pratica dell’ekyusi, l’interruzione del disboscamento, dell’agricoltura e di qualsiasi attività riguardi la terra e la foresta. Questo implica la sospensione della maggior parte delle attività economiche e politiche dei Banande, fino all’elezione di un nuovo capo. Tra i due eventi possono passare settimane, mesi, addirittura un anno. 

Rispetto alla situazione generata nel nostro paese dalla pandemia di Covid-19, è l’ekyusi l’aspetto più interessante. I Banande sono ben consapevoli delle potenziali conseguenze di tale pratica: sono pronti ad accogliere una carestia, una crisi, e, se necessario, persino la morte. L’ekyusi è infatti una sospensione programmata, ma allo stesso tempo parzialmente imprevista, perché non è possibile sapere con esattezza quando morirà il capo. 

Cosa c’entrano i Banande con il Coronavirus?

Accettare l’ekyusi, che è un fatto culturale e non naturale, e di conseguenza non imposto ma scelto, è per i Banande una decisione presa per favorire una riflessione su se stessi e sul proprio rapporto con il mondo. L’atto del disboscamento, infatti, può avvenire solo se guidato dal mwami, e nel momento in cui questa figura viene a mancare i Banande riconoscono di avere in qualche modo perso la lotta contro la foresta, a cui si riconosce una vittoria almeno temporanea. 

Questa riflessione è quella che sembra essere mancata all’uomo occidentale fino al momento della crisi: ponendosi al centro del mondo e sentendosi più vicino al piano del divino che a quello della natura, ha creduto di poter agire come se fosse privo di legami con tutto ciò che lo circonda, sentendosi invincibile e inarrestabile. Il fatto che per l’era geologica a cui apparteniamo si proponga dal 2009 il nome di “Antropocene” (cioè l’epoca in cui l’uomo ha inciso con le sue azioni sui processi geologici) è una prova evidente della sua convinzione di poter dominare il mondo intero. L’uomo pensava di poter sottomettere il resto del pianeta al proprio desiderio di sviluppo, di crescita, al proprio progetto sul futuro. Un virus non è certo un elemento da sottovalutare, ma non è neanche una totale sorpresa. 

In passato ci sono state più e più pandemie, con cui peraltro sono stati proposti numerosi paragoni negli scorsi mesi, e probabilmente in futuro ce ne saranno delle altre. Quella attuale ha messo in evidenza una spaccatura che ingenuamente abbiamo creduto di poter affermare tra noi esseri umani e tutto il resto. Ma la natura, che non ha mai veramente interrotto il suo corso e che tuttavia abbiamo soffocato sovrastandone la voce, ha evidenziato la presunzione dell’uomo occidentale, che si è trovato improvvisamente spiazzato e impotente. Tutto a un tratto, egli ha dovuto frenare, si è ritrovato fermo come non lo era da tempo, e la prima cosa a crollare, prima ancora che il governo, l’economia e il sistema sanitario, è stato l’insieme delle sue convinzioni. 

Uscire dalla crisi

Oggi la crisi si pone dunque come un dato di fatto. Come uscirne? La risposta a questa domanda si trova nel termine stesso: come sempre (o quasi), la soluzione è sotto ai nostri occhi. Crisi, dal greco krisis, scelta, che a sua volta deriva da krino, distinguere, è infatti la risposta a questo tempo di profonda incertezza. Ciò che ci si para davanti sono due scelte: la prima è quella di includere o meno il concetto di sospensione nella nostra cultura, come d’altronde ci insegnano i Banande. Se torniamo a vivere come prima, ciò che dobbiamo fare è integrare questo elemento, in modo che, al prossimo imprevisto, possiamo essere pronti e gestire la situazione in modo migliore che questa volta. 

La seconda scelta riguarda la modalità di uscita da questa sospensione e dalla crisi. È una decisione impegnativa, e le opzioni sono molteplici: possiamo ricominciare a vivere come prima, rischiando però di perdere la memoria su ciò che c’è stato in mezzo, considerandolo una parentesi invece che un terreno fertile su cui costruire un futuro fecondo. Possiamo accelerare, consapevoli che, in caso di frenata, rischieremmo non solo una nuova sospensione, ma addirittura lo schianto. Ancora, possiamo muoverci nella direzione di una decrescita, anche se questo implicherebbe un forte legame solidale e comunitario che supporti un cambio di paradigma nella mentalità occidentale. Infine possiamo tentare la strada di una crescita sostenibile, anche se il rischio è che sia già troppo tardi, e che presto si torni alla situazione iniziale.

Ciò che inferno non è, in pandemia

C’è un ultimo spunto di riflessione di cui vale la pena avvalersi nel tentativo di uscire dalla crisi. Questo ci è fornito da Italo Calvino, che chiude il libro “Le città invisibili” con la frase “Cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”. Questa considerazione casca a pennello rispetto alla situazione pandemica, dove, per ciò che inferno non è, si può intendere tra le altre cose il bagaglio di insegnamenti che ne possiamo trarre. Tra i più importanti si trova quello fornitoci dal paragone con la pratica dell’ekyusi presso i Banande. Oltre a insegnarci il valore della sospensione, questo confronto mette infatti in discussione le fondamenta del nostro sistema di valori. Ci dobbiamo chiedere se ora sia il caso di continuare a mettere l’idea di progresso a ogni costo al primo posto nella nostra scala delle priorità, o se un rallentamento o addirittura un cambio di rotta non siano la soluzione di cui abbiamo bisogno. Riprendere la folle corsa prepandemica potrebbe rivelarsi un inferno peggiore di quello che, ora, non vogliamo che lasciarci alle spalle.

Scrive per noi

Chiara Pedrocchi
Laureata in Lettere Moderne all’Università di Siena, si sta laureando in Antropologia Culturale ed Etnologia all’Università di Torino. Oltre che per .eco scrive per Scomodo, e in passato ha collaborato con Lo Sbuffo e ViaggiNews.com. Aspirante giornalista, si interessa di ambiente, diritti umani e sessualità.

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