Skip to main content

Pronto per l’uso?

| MARIO SALOMONE

Tempo di lettura: 3 minuti

Pronto per l’uso?
Sono molte le tracce del regime fascista ancora presenti su edifici, monumenti e arredo urbano, oltre che nella storia dal 1945 a oggi. E gravi e inquietanti le tracce nel discorso pubblico e nelle politiche in varie parti del mondo. Contro le quali è importante una resistenza prima di tutto sul piano della cultura. E se anche tu hai delle tracce da documentare, mandaci foto e commento.

I segni lasciati dal regime fascista a ottant’anni dalla Liberazione sono ancora molti, ad esempio nelle facciate di edifici pubblici costruiti durante il Ventennio mussoliniano, la Stazione Centrale di Milano, il Mercato coperto di Perugia e tanti altri, tra cui il supporto portabandiera, a forma di fascio littorio, sulla facciata di un edificio comunale di una grande città che vediamo (sulla sinistra) nella foto.

Poi ci sono i mausolei, i giardini, le vie e le piazze (e perfino scuole) intitolate o che si vogliono intitolare ad Almirante o a qualche gerarca fascista e a intellettuali e scienziati che sostennero le leggi razziali e le teorie razziste e antisemite. Su RaiPlay è possibile vedere un servizio del 9 marzo 2014 che ne scopre alcune, da nord a sud e isole: “Strada facendo (vie intitolate a gerarchi fascisti)”, nell’ambito della trasmissione Sorgente di vita (“Attualità e cultura, feste e tradizioni, storia e identità degli ebrei in Italia, in Europa e nel mondo. Sorgente di vita, rubrica quindicinale di vita e cultura ebraica a cura dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane”).

Altri segni ci ricordano la realtà del fascismo: sono le pietre di inciampo davanti alle case dei deportati, sono le lapidi nelle strade e sulle montagne che ricordano chi in quei luoghi ha combattuto per la libertà ed è stato ucciso.

Segni nelle carni e non solo

Altri più gravi segni sono stati lasciati (e vengono sdoganati dall’aria che tira) in questi ottant’anni nelle carni degli uccisi e dei mutilati dalle stragi e dagli omicidi opera dei terroristi neri intrecciati a servizi deviati. Segni nei lugubri cerimoniali e nei criminali richiami alla Decima Mas, a Mussolini, a Salò e ai rituali del regime.

E altri segni rimangono sotto forma di xenofobia e razzismo e di autoritarismo. Ci viene detto che il fascismo non può tornare. È probabile che non torni sotto forma di camicie nere, parate militari (che però altrove ci sono e le vediamo spesso nelle troppe autocrazie del mondo), olio di ricino. Oggi però si può manganellare usando X e gli altri social network, si può parlare di deportazioni (magari chiamandole alla Orwell “remigrazioni”), si può usare il Daspo o il braccialetto elettronico al posto del confino a Ventotene, si può spiare e sorvegliare, meglio di quanto facesse la pur occhiuta Ovra, con i software made in Israel, con il riconoscimento facciale e con le reti di satelliti; oggi, la democrazia è compromessa dall’astensionismo, dalla frammentazione sociale, dal controllo di governi e oligarchi sui mezzi di manipolazione di massa vecchi, nuovi e nuovissimi.

Il fascismo mai scomparso sta assumendo nuove forme

Insomma, il (nazi)fascismo non è mai scomparso nelle sue manifestazioni storiche che è facile ripudiare. Ma se il nazifascismo storico è la modalità violenta con cui le classi privilegiate di turno (ieri industriali e agrari) tutelano i loro interessi affidandoli in custodia a chi incarcera e uccide, sopprime diritti e libertà, costruisce il consenso con la propaganda, il ricatto, l’intimidazione e il conformismo, mette in pratica disegni espansionistici e colonialisti per impadronirsi di risorse e lavoro, ebbene, questa tutela di interessi ha continuato a operare dopo il 1945, nella sua versione “dura”, a suon di invasioni e bombardamenti di stati sovrani, colpi di stato, guerre e guerre civili, omicidi di presidenti, magistrati e grand commis dello Stato e con operazioni di servizi segreti e, nella sua versione “soft”, grazie al duro potere del denaro, della finanza, della proprietà (compreso il “soft power” di certa cultura e comunicazione di massa).

Resistenza culturale

Oggi soft e hard sembrano congiungersi, come potere politico e potere economico tendono a sovrapporsi e confondersi nelle stesse persone (i “tycoons”, i supericchi).

Quando è il caso si assaltano il Campidoglio a Washington e il Plan Alto a Brasilia, i manganellatori materiali sono pronti, quelli digitali all’opera. La camicia nera può restare nell’armadio, in favore del merchandising MAGA. O di una ideologia autoritaria e conservatrice negli indirizzi del nostro MIM per i programmi scolastici.

La resistenza culturale è più che mai urgente e importante, perché questo nazifascismo è più difficile da individuare e da combattere, in un’epoca in cui ad “Anche Mussolini fece cose buone” si sostituisce un “Anche Musk fa cose buone”. Troppo mescolato a pregiudizi, abitudini, pigrizie, convenienze a corto raggio e a errori antropologici, filosofici, etici e epistemologici, oltre (o forse prima) che storici, politici, economici.

E speriamo che quel supporto portabandiera resti vuoto, materialmente e metaforicamente.

TRACCE. Vedi intorno a te tracce di cambiamenti in corso, problemi ambientali, fenomeni sociali. Insomma, qualcosa che attraverso piccoli segni magari in genere inosservati possono “parlare” e darci spunto per riflettere sulla realtà, vicina e lontana? Mandaci la foto con un commento, usando come esempio e guida la bella rubrica su “.eco” del fotografo Roberto Besana con i commenti di Nello Rossi. Pubblicheremo foto e commenti su questo sito e le più significative sulla edizione a stampa trimestrale.

Scrivi a [email protected]

Scrive per noi

MARIO SALOMONE
MARIO SALOMONE
Sociologo dell'ambiente, giornalista e scrittore, Mario Salomone dirige ".eco" dalla fondazione (1989), è autore di saggi, romanzi e racconti e di numerosi articoli su quotidiani e riviste. Già professore aggregato all'Università di Bergamo, è Segretario generale della rete mondiale di educazione ambientale WEEC, che realizza ogni due anni i congressi del settore.