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Sognare un mondo più giusto a 19 anni

| TIZIANA CARENA

Tempo di lettura: 5 minuti

Sognare un mondo più giusto a 19 anni
Giorgio Brizio

Intervista a Giorgio Brizio, attivista ambientalista diciannovenne. Ma in lotta per il clima lo è già da molto. Scrive sui quotidiani, ha pubblicato un libro con prefazione di don Ciotti. La scuola, nel suo caso, ha inciso positivamente. Ha fiducia in un movimento per il clima di lunga durata. Dobbiamo scendere in piazza, dice, perché le soluzioni individuali non bastano e occorre l’intervento dei governi.

Giorgio Brizio (19 anni) è attivista ambientalista; da due anni si occupa di crisi climatica e migrazioni. Ha pubblicato articoli in “Domani”, “La Repubblica”, “Il Fatto Quotidiano”, “Il Corriere della Sera”.

Nel maggio 2021 ha pubblicato il volume Non siamo tutti sulla stessa barca. Le sfide del nostro tempo agli occhi di un ragazzo, Slow Food Editore, con prefazione di Luigi Ciotti e con contributi di Elisa Palazzi, Max Casacci, Giovanni Mori, Camilla Savio, Andrea Borello e Luca Sardo, Flavia Restivo, Francesca Napoli, Gustavo Zagrebelsky, Nello Scavo, Giorgia Linardi, Cecilia Strada, Vanessa Guidi, Sara Diena, Joy Temiloluwa Olayanju, Pegah Moshir Pour, Alganesh Fessaha.

Come nasce l’interesse per i temi ambientalisti?

Un po’ per indole, un po’ per caso; quando sono tornato da Berlino, il mio anno all’estero, in quarta liceo. Ero curioso e, tra le tante cose in cui mi sono imbattuto, mi sono imbattuto in un presidio di Fridays for future[1] nel febbraio 2019. Avevo sentito parlare del problema climatico e delle conseguenze, dei mari, della siccità, di fenomeni atmosferici estremi, ma non di quanto tutto questo toccava la vita delle persone. Di lì è iniziato un percorso che mi ha portato a una sensibilizzazione maggiore.

La tua formazione era una formazione di liceo internazionale. Quali sollecitazioni hai avuto, dato che sei così giovane, attivista, 19 anni, già un libro, dei maestri che ti hanno orientato?

Il libro è stato l’arrivo di un percorso iniziato dai 16-17 anni. Devo dire che ho dubbi, come ho detto in un articolo per “Robinson” su “Repubblica”, sullo spazio che la scuola concede, il nostro ordinamento scolastico e tante cose che facevo andavano a cozzare con la vita scolastica; ma la scuola mi ha anche molto aiutato: andavo alla “Altiero Spinelli”, scuola intitolata al convinto europeista dotato di una visione ampia, larga, inclusiva; c’erano corsi interessanti che mi hanno insegnato, a esempio, a parlare in pubblico in inglese.

La formazione ha avuto un peso, dunque, è stata un rinforzo positivo.

La scuola si è dimostrata interessata, e ha inciso, nel mio caso. L’attivismo mi ha portato, poi, a incontrare persone famose e meno famose che ti fanno crescere, ti cambiano, ti insegnano.

L’istanza climatica ha le gambe molto lunghe

Che cosa pensi: i movimenti green avranno vita lunga oppure no?

Movimenti per il clima, lo preferisco, come denominazione a “movimenti green”. Il clima è una questione che va a racchiudere tematiche umanitarie, sanitarie, alimentazione; ci si batte per la giustizia climatica e ambientale. I movimenti avranno vita lunga; hanno saputo superare la pandemia che ha stroncato, invece, vari movimenti. Perché l’istanza che affrontiamo, l’istanza climatica, ha le gambe molto lunghe: siamo esposti al riscaldamento globale e siamo noi i responsabili di esso. I gas che emettiamo si condensano e rimangono molto a lungo nell’atmosfera. Paghiamo le conseguenze a lungo di quello che stiamo facendo; non è una tematica che tramonterà dall’oggi al domani.

Hai detto: ci sono “Cento industrie che inquinano”…

Cento industrie responsabili del 71 % delle emissioni globali. Riflettiamo, non possiamo risolvere la crisi climatica con azioni individuali; dobbiamo scendere in piazza perché le soluzioni individuali non bastano, occorre l’intervento dei governi (per questo è stata importante la manifestazione di Glasgow) per risolvere i problemi determinati dai combustibili fossili, ma non a scapito di chi lavora.

Dare voce a chi è più colpito dalla crisi climatica

Hai conosciuto Vanessa, Greta. Quindi è un fenomeno che durerà anche come figure di riferimento?

Greta Thunberg con i Fridays for future a Torio.

Le ho conosciute. Greta Thunberg sicuramente rimarrà, ma non solo perché è stata l’inizio; i media, per diversi motivi hanno fatto in modo che lei fosse l’“inizio”; ho conosciuto Jamie Margolin[2]. Nella prefazione al suo libro, Greta dice «è da Jamie che ho preso ispirazione» e Jamie dice di averla presa da una altra persona… è molto difficile dire chi ha ispirato chi in un fenomeno sociale così ampio.

Il nome di Vanessa Nakate[3] era molto conosciuto; è molto importante, in questa narrativa, parlare dei MAPA[4], che rappresenta le persone delle aree più colpite dalla crisi climatica. Non è giusto per i più colpiti che altri parlino al posto loro. Bisogna dare loro voce, “approfittando” dello spazio mediatico. La marcia a Glasgow è stata guidata da persone delle aree più colpite. Le donne, nel movimento sono importanti: Greta, Vanessa, Luisa Neubauer di Berlino[5], Nicki[6], Mitzi[7]. È molto interessante che siano le donne a muoversi, a guidare questi movimenti, le più colpite dall’emergenza climatica, dalla pandemia (con i licenziamenti); è importante che siano donne giovani a essere in prima fila.

Il sistema economico attuale è tossico e bisogna cambiare rotta

Dato che l’inquinamento e il degrado ambientale risultano da un determinato sistema economico, i movimenti si troveranno nella posizione di collocarsi contro per trasformarlo, oppure per cambiarlo?

Credo in un mondo più giusto, sono un grande sognatore, ma teniamo i piedi per terra. Non amo parlare di ecologia in termini di contrasto al capitalismo. Chico Mendez[8] diceva che la lotta per l’ambiente è lotta al capitalismo. Occorre lottare contro l’idea di crescita infinita in un pianeta finito: è come se stessimo mangiando una torta; la torta non si rigenera e la stiamo consumando tutta. Le risorse stanno per finire. Possiamo dire, però, che, con il movimento, abbiamo constatato che il fenomeno della “crescita verde” è un mito che non si può sostenere. Sono contro la crescita infinita, ma perché non possiamo consumare più risorse di quelle che abbiamo. Però se si va a mettere in discussione un tipo di società, occorre proporne uno nuovo, sennò non si è costruttivi. Anticapitalisti si dicevano in tanti a Glasgow … e poi? E una risposta non veniva data. La risposta non c’è ancora. Alcuni economisti ci mostrano, a esempio Kate Rawort, con la sua “economia della ciambella”[9] che è possibile una economia rigenerativa; o l’italiana Mariana Mazzucato[10]. Un altro tipo di sviluppo, quindi, è possibile.

Sappiamo che il sistema economico attuale è tossico e che bisogna cambiare rotta. Ma occorre strutturare e promuovere un sistema che valorizzi davvero la vita delle persone. È questo che manca. Noi misuriamo con il PIL che, però, non misura il benessere delle persone. Vari e diversi indicatori ci possono dire quanto si stia bene in un paese…”

Grazie a Giorgio Brizio per il suo impegno per la sua “formazione che informa” sia sul “campo”, che nelle scuole, che nelle manifestazioni pubbliche e sui media. Giorgio Brizio si sta formando in Scienze Internazionali dello Sviluppo e della Cooperazione presso l’Università degli studi di Torino.

[1]Fridays for Future è un movimento ambientalista internazionale. La denominazione deriva dallo slogan di Greta Thunberg (nata nel 2003) che iniziò, nell’agosto del 2018 il primo “sciopero scolastico per il clima”.

[2]Jamie Margolin (2001), autrice del volume Youth to power: Your Voice and how to use It, Hachette Books, 2020.

[3]Vanessa Nakate, attivista ugandese (1996).

[4]“Most Affected People and Areas”.

[5]Luisa Neubauer (1996), attivista tedesca, autrice con Bernd Ulrich del volume Noch haben Wir die Wahl. Ein Gespraech ueber Freiheit, Oekologie, und den Konflikt der Generationen (2021).

[6]Nicki Becker (2001), attivista argentina.

[7]Mitzi Tan (1997), attivista filippina.

[8]Chico Mendes (1944-1988), sindacalista argentino, ucciso da due rancheros.

[9]Kate Rawort (1970), Università di Cambridge. Secondo la sua proposta, per attuare uno sviluppo che non porti danni alla terra bisogna considerare due “confini”, un confine interno (inner bordery) che riguarda le dimensioni sociali e un confine esterno (outer bordery) relativo ai limiti ambientali. Tra questi due confini si estende un’area, che assume la forma di una ciambella, in cui lo sviluppo sostenibile è possibile.

[10]Mariana Mazzucato (1968), University College, London) teorizza la crescita sostenibile anche nei canali di produzione e di distribuzione.

Scrive per noi

TIZIANA CARENA
TIZIANA CARENA
Tiziana C. Carena, insegnante di Filosofia, Scienze umane, Psicologia generale e Comunicazione, Master di primo livello in Didattica e psicopedagogia degli allievi con disturbi dello spettro autistico, Perfezionamento in Criminalistica medico-legale. È iscritta dal 1993 all'Ordine dei Giornalisti del Piemonte. Si occupa di argomenti a carattere sociologico. Ha pubblicato per Mimesis, Aracne, Giuffrè, Hasta Edizioni, Brenner, Accademia dei Lincei, Claudiana.