Living Planet Report 2022: perché cambiamenti climatici e perdita della biodiversità sono due facce della stessa medaglia

Siamo nel bel mezzo di una crisi climatica e della biodiversità che sta andando ad intaccare il nostro futuro. Il limite di 1.5°C di aumento della temperatura potrebbe essere superato prima del 2040, e gran parte della biodiversità del nostro pianeta, come la foresta amazzonica, rischia di scomparire per sempre. Il Living Planet Report del WWF spiega cosa sta succedendo in tutto il mondo, quali strade è necessario prendere per evitare tutto questo e perché i cambiamenti climatici e la perdita della biodiversità sono due facce della stessa medaglia.

La copertina del Living Planet Report 2022

Siamo nel bel mezzo di una crisi climatica e della biodiversità e abbiamo un’ultima occasione per cambiare rotta. Il Living Planet Index (LPI) per cinquant’anni ha tracciato la salute del pianeta, indicando i trends di abbondanza di mammiferi, pesci, rettili, uccelli e anfibi in tutto il mondo. Il Report del 2022 indica un declino del 69% della fauna selvatica monitorata in tutto il mondo tra il 1970 e il 2018. L’1-2.5% di uccelli, mammiferi, anfibi, rettili e pesci si sono già estinti e un milione di piante e animali sono a rischio estinzione.

La perdita della biodiversità e i cambiamenti climatici stanno andando ad intaccare il nostro futuro. Ad oggi lo sfruttamento della terra è la minaccia più grande per la biodiversità, distruggendo habitat di piante e animali. Se non si riesce a rimanere sotto l’aumento di 1.5°C saranno proprio i cambiamenti climatici ad essere la causa principale di questa perdita. Questo limite potrebbe essere superato prima del 2040.

Se inoltre si pensa che la struttura delle foreste influenza il clima globale e locale, che rappresentano il più grande deposito di carbonio sulla Terra e che tra il 2001 e il 2019 hanno assorbito 7.6 gigatonnellate di CO2 dall’atmosfera ogni anno, si può meglio comprendere perché la deforestazione sia un problema per il clima. Infatti, se si abbattono le foreste tropicali nell’Africa centrale o in Sud America, la temperatura media potrebbe aumentare di 7-8°C e diminuire le piogge in quelle regioni di circa il 15%.

Mettere al centro il sapere locale

Mentre i leader del mondo non sono riusciti a mitigare l’impatto delle attività umane sui cambiamenti climatici e sulla perdita della biodiversità, il sapere indigeno continua a prendersi cura delle sue terre e delle sue acque, così come ha fatto per migliaia di anni. Il sapere indigeno va contro l’idea coloniale di separare la natura degli esseri umani, e si basa su un rapporto di reciprocità. Inoltre, la perdita della biodiversità ha un forte impatto sulle comunità indigene e il loro stile di vita.

L’ Amazon Assessment Report 2021 controlla lo stato attuale dell’Amazzonia e le relative minacce, immaginando soluzioni basate sulla conoscenza scientifica e indigena della regione. I territori indigeni dell’Amazzonia, da soli, riescono ad immagazzinare il 32.8% del carbonio sopra il livello del suolo della regione, dando un contributo importante alla mitigazione dei cambiamenti climatici. Tuttavia, abbiamo già perso il 17% dell’estensione originale della foresta Amazzonica e un ulteriore 17% è stato deteriorato.

Per le popolazioni indigene l’Amazzonia non è solo un deposito di carbonio: è il luogo dove connettersi con i propri antenati, presenti in ogni elemento della natura. Tuttavia, i governi faticano a comprendere questa visione del mondo, impedendo l’integrazione del sapere indigeno nel contesto della salvaguardia del territorio. È importante che i governi ascoltino le voci di chi sarà più impattato dai cambiamenti climatici e dalla perdita della biodiversità, perché i cambiamenti climatici sono e saranno percepiti da tutti noi, ma non allo stesso modo. Per questo motivo è nata l’alleanza Voices for Just Climate Action (VCA).

In Kenya una soluzione per ovviare alla siccità

In molte parti dell’Africa la siccità si sta intensificando. Ad Amboseli, in Kenya, la siccità ha avuto un impatto significativo sulle comunità Masai, perché il loro sostentamento dipende dalla vendita del bestiame, ormai ridotto in pessime condizioni. Sono le a donne ad aver trovato una soluzione a questo problema: a Esiteti, un villaggio ad Amboseli, le donne Masai hanno creato un sistema di baratto con gli agricoltori che vivono dall’altra parte del confine, in Tanzania, scambiando il magadi (terreno minerale salato), che si trova in abbondanza nella loro regione, con articoli come fagioli e patate.

Vivere in un ambiente pulito e in salute diventa un diritto

Nel 2022 la United Nations Human General Assembly ha riconosciuto che vivere in un ambiente pulito e in salute diventa un diritto per ogni individuo. Per raggiungere questo obiettivo è necessario un “nature-positive goal” – ovvero avere più natura entro la fine di questo decennio rispetto al suo inizio – entro il 2030 per rigenerare la natura. Non servirà arrestare semplicemente la sua perdita, perché essa è troppo veloce da poterla fermare e perché, come ha già dimostrato, la natura può rigenerarsi se le viene data la possibilità di farlo.

Sappiamo quindi quale strada devono prendere i governi: una strada che deve portare all’abbassamento a zero dell’accumulo di gas serra nella nostra atmosfera, della distruzione delle nostre foreste, terreni e acque, e dell’estinzione delle specie. I cambiamenti climatici e la perdita della biodiversità sono due facce della stessa medaglia e, i dati lo dimostrano, il punto di non ritorno è ormai vicino.

Scrive per noi

Federica Benedetti
Ha studiato arte presso l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino e archeologia medievale presso la University of York in Inghilterra. È attualmente studentessa della magistrale di Antropologia Culturale ed Etnologia presso l’Università degli Studi di Torino. Ha pubblicato anche per Lavoro Culturale e la rivista pH.

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Ha studiato arte presso l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino e archeologia medievale presso la University of York in Inghilterra. È attualmente studentessa della magistrale di Antropologia Culturale ed Etnologia presso l’Università degli Studi di Torino. Ha pubblicato anche per Lavoro Culturale e la rivista pH.

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