Popolo, politica, partecipazione. Il governo delle aree rurali fragili in Italia e Europa
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A Rovigo il 22 e 23 marzo il convegno annuale sulle aree fragili, per discutere anche del “populismo autoritario”. Tra i media partner anche “Culture della sostenibilità“. Ampia la partecipazione di studiosi stranieri in particolare del network ERPI, il quale ha organizzato tre delle quattro sessioni in inglese. Altro aspetto notevole è la presenza a fianco del keynote speaker prof. Filippo Barbera del direttore della rivista americana “Rural Sociology”, Laszlo J. Kulcsar.
A Rovigo, 22-23 marzo 2019 (Palazzo della Provincia – via Ricchieri detto Celio, 10) si tiene l’ormai classico appuntamento annuale per discutere di aree fragili, che sta riscuotendo sempre più interesse da parte della comunità scientifica internazionale, come di decisori e esponenti della società civile che vivono il problema di quelle ampie aree penalizzate dalle dinamiche dello sviluppo.
“La comunità di pratiche Aree Fragili”, scrivono gli organizzatori, “si trova ad operare in un contesto che appare radicalmente e improvvisamente cambiato. I luoghi lasciati indietro, the places left behind – come li chiamano molti studiosi a livello internazionale – stanno manifestando forti segnali di malessere, che sembrano orientarsi verso la ricerca di comunità chiuse, il rifiuto della diversità, lo scetticismo e la repulsione nei confronti del sapere scientifico, l’intolleranza, la domanda di uomini forti capaci di ristabilire l’ordine, la contrapposizione tra un popolo puro e una élite corrotta. Le nuove geografie politiche emergenti in tutti i paesi occidentali dove si è andati al voto negli ultimi mesi, sembrano confermare questo orientamento.”
Ne scaturiscono molte cruciali domande: “Quali sono le cause di questa dinamica, che in molti chiamano neo-populismo o populismo autoritario? Esiste anche in Italia, come sembra acclarato in tanti altri stati, una dimensione rurale di questa tendenza? Se sì, quale è la situazione nelle aree fragili? Abbiamo segnali tangibili nel nostro lavoro di campo e di ricerca, oltre che dai dati che emergono dalle analisi politologiche? Quali azioni si possono mettere in campo, quali politiche, quale nuovo impegno per le organizzazioni della società civile?”
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