Produzione di beni e bisogni reali: critica del tempo reale e proiezione nel futuro

La realtà sociale è la produzione di beni nel suo rapporto con i bisogni. Esistono bisogni “reali”? Quali possono essere i limiti razionali di un discorso sulla realtà sociale? E la scuola può contrastare la retorica dei consumi con una formazione a fare quello che è bene, vale a dire un’educazione ambientale per formare un’intelligenza ecologica? Un’educazione che formi tutti noi ad agire nel quotidiano in vista delle esigenze dell’ambiente?

Che cosa accade non appena la produzione di beni si sgancia dai bisogni reali? Primo problema: esistono bisogni “reali”? Oppure dobbiamo pensare che sia il mercato il grande generatore dei bisogni e quindi il grande selettore dei beni? Se è così, ogni bisogno è reale: basta che esso sia adeguatamente prodotto, basta che diventi “trainante”, che crei nuovi posti di lavoro. Soddisfatte queste condizioni, potremo ammetterlo tra i bisogni “reali”.
Che i bisogni siano prodotti dal mercato attraverso strategie di marketing è l’assunto dell’economia che tutti conosciamo: l’economia del capitalismo avanzato. C’è un vizio logico in tutto questo: si trascura la modificazione ambientale che ogni modo di produzione genera. Ogni forma vivente modifica il contesto naturale nel quale essa vive; ma la nostra forma vivente sta modificando l’ambiente in modo tale da rendere ardua la propria sopravvivenza. E questo a partire da un preciso momento storico: la prima rivoluzione industriale, l’utilizzo delle forze naturali non-umane, non-animali, per produrre ricchezza. A partire da questo momento si produce sempre di più per consumare sempre di più; lentamente, attraverso la seconda rivoluzione industriale, prende a svilupparsi la “società dei consumi”. Ma soltanto agli inizi degli anni Sessanta dello scorso secolo l’impatto sull’ambiente di questo modo di produrre è considerato un problema. Sino a giungere alle attuali modificazioni climatiche che segnano pesantemente la fine del primo ventennio del XXI secolo, che sono conseguenze di un particolare modo di produrre iniziato oltre due secoli fa.

Danno ambientale e alternative pratiche

Si potrebbe obiettare: è sufficiente istruire sul danno ambientale e sulle alternative pratiche virtuose che si debbono seguire. Lo schema teorico è netto: se conosci il bene, lo pratichi. Schema illustre, di ascendenza socratica. Ma controbilanciato in età romana dal detto “vedo quel che è bene, ma seguo quel che è male”, o meglio, nel linguaggio comune: “predicare bene e razzolare male”. Occorre, dunque, una formazione a fare quello che è bene, vale a dire un’educazione ambientale per formare un’intelligenza ecologica. Un’educazione che formi tutti noi ad agire nel quotidiano in vista delle esigenze dell’ambiente.
La scuola, dunque. La scuola: ma in una lotta impari con una società di massa e di mercato nella quale la retorica dei prodotti è immediatamente più convincente del mediato processo formativo. Nella retorica dei prodotti siamo tutti immersi attraverso i social media; nell’educazione ambientale non siamo affatto immersi, se non momentaneamente, quando i media parlano delle catastrofi ambientali. Come mai non si ha la giusta percezione della catastrofe ambientale imminente? Ancora una volta il meccanismo di difesa non ci permette di vedere pienamente la realtà. Sembra che si sia convinti che il problema ecologico riguardi soltanto le prossime generazioni: un’ottica nettamente egoistica, questa, dunque!
L’ambiente è “enorme”, l’universo è “enorme”, può contenere qualsiasi rifiuto, qualsiasi inquinamento senza patirne minimamente. Un atteggiamento di diniego che permette di giustificare l’incuria ambientale, anche quando quest’ultima provoca migrazioni di popoli in seguito alla distruzione delle condizioni di sopravvivenza in certe aree del globo. Dall’incuria ambientale abbiamo i migranti climatici, per carestia, per miseria, dalle politiche militari abbiamo i migranti per ragioni umanitarie. Migranti che spesso si trovano a vivere una vita insostenibile. Ed ecco i migranti che lavorano per pochi euro al giorno, vivendo in baraccamenti malsani, per portare sulle nostre tavole i prodotti della terra. Altro aspetto di cui non siamo consapevoli fino in fondo è l’invecchiamento delle nostre società: se ne fossimo consapevoli potremmo vedere nei migranti una risorsa: chi arriva qui non è vecchio e può trovare ampie possibilità di impiego, non soltanto come care-giver, ma nell’intero ventaglio delle professionalità. La scolarizzazione stessa può avvantaggiarsi di questi “nuovi arrivi”, com’è noto.
Esistono soluzioni razionali per governare lo sviluppo e le nuove emergenze, a portata non soltanto di intelletto scientifico, ma addirittura di mero buon senso; manca, tuttavia, un potere politico in grado di attuare un simile governo dello sviluppo e una gestione delle emergenze; un potere politico che, data la transnazionalità dei problemi ambientali e migratori, dovrebbe essere, esso stesso, transnazionale.

Intelligenza ecologica, sostenibilità e politica

Ma quale classe politica esiste, in grado di muoversi in questa direzione? La legittimazione democratica va, per ora, in direzioni assai diverse un poco ovunque. Come se non bastasse, è il concetto di sviluppo stesso a essere messo in discussione: è mai possibile che, mentre ogni cosa in natura ha uno sviluppo determinato, verso un punto determinato, l’economia umana dovrebbe essere l’unica realtà a crescere all’infinito? Non c’è forse, in un simile concetto un ché di errato? A meno che lo sviluppo non sia da intendere come una crescente attenzione alla sostenibilità ambientale e sociale dei processi produttivi e della loro gestione politica. Ma i concetti viaggiano sulle gambe degli uomini, cioè delle classi politiche. Classi politiche che non possono più prescindere da una conoscenza scientifica dei problemi dell’ambiente e della sostenibilità sociale dei nuovi sviluppi; l’alternativa non è tecnocrazia o democrazia: il potere tecnico deve, a questo punto, fondersi con la legittimazione democratica in una realizzata “società della conoscenza”. Si torna, così, al problema della formazione, al problema delle nostre obsolete offerte formative. Obsolete rispetto ai problemi del giorno. Obsolete rispetto all’esigenza di creare un ordinamento economico consentaneo alle politiche ambientali in senso lato. Ecco che, a più di centocinquant’anni dalla prima manifestazione di critica dell’economia politica capitalistica (il Capitale di Marx) la cui base era la critica di un ordinamento umanisticamente non sostenibile, si afferma l’esigenza di una seconda manifestazione di critica dell’economia politica la cui base sia la critica di un ordinamento ambientalisticamente insostenibile, oltre che umanisticamente insostenibile. Un ordinamento che alla morte etica aggiunge la morte tout-court di ogni forma vivente.

Società e ambiente, due termini da connettere sempre più

La copertina di Giustizia sociale e ambientale, di Mario Salomone, edito da Doppiavoce (Napoli, 2019)

Questi temi intrecciano giustizia sociale e tutela dell’ambiente nell’ultimo lavoro di Mario Salomone, Giustizia sociale e ambientale (Doppiavoce editore, 2019) che segue questa rotta: un libro che indaga, dalle lontane origini del neolitico a oggi, i rapporti tra giustizia, libertà, democrazia e uguaglianza e giudica necessaria una “conversione” ecologica, non solo perché l’Autore ha una formazione di sociologo dell’ambiente, ma anche perché l’intersezione di temi sociologici e di temi ecologici è ormai inevitabile, nonostante i media tendano a disconoscere, non infrequentemente, questa intersezione. La nuova bandiera sociale sembra essere, quindi, l’intersezione tra sociologia ed ecologia; un problema sociale, quello dei migranti climatici, è anche un problema di ecologia, per portare un esempio fra i molti, ormai, che si potrebbero portare; la miseria dell’Africa centrale, generata da problemi climatici, oltre che politico-economici, è un problema sociale ed ecologico. Il disastro ecologico in generale è frutto di scelte economiche non meno che politiche.
Occorre un algoritmo per far vedere che questa connessione fra economia, politica ed ecologia esiste?

Scrive per noi

TIZIANA CARENA
Tiziana C. Carena, insegnante di Filosofia, Scienze umane, Psicologia generale e Comunicazione, Master di primo livello in Didattica e psicopedagogia degli allievi con disturbi dello spettro autistico, Perfezionamento in Criminalistica medico-legale. È iscritta dal 1993 all'Ordine dei Giornalisti del Piemonte. Si occupa di argomenti a carattere sociologico. Ha pubblicato per Mimesis, Aracne, Giuffrè, Hasta Edizioni, Brenner, Accademia dei Lincei, Claudiana.

TIZIANA CARENA

Tiziana C. Carena, insegnante di Filosofia, Scienze umane, Psicologia generale e Comunicazione, Master di primo livello in Didattica e psicopedagogia degli allievi con disturbi dello spettro autistico, Perfezionamento in Criminalistica medico-legale. È iscritta dal 1993 all'Ordine dei Giornalisti del Piemonte. Si occupa di argomenti a carattere sociologico. Ha pubblicato per Mimesis, Aracne, Giuffrè, Hasta Edizioni, Brenner, Accademia dei Lincei, Claudiana.

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