Può esistere una educazione eco-sostenibile?

Può esistere una educazione eco-sostenibile? Secondo noi educatori ambientali, sì, tanto che come sottotitolo della storica voce italiana del settore, “.eco”, abbiamo messo “l’educazione sostenibile”. Secondo Raffaele Alberto Ventura, giovane ricercatore e saggista che ha coniato interessanti concetti, tra cui “classe disagiata” e “rendimenti decrescenti della competenza” (una ricca lista di suoi articoli è disponibile qui), no.

In un commento uscito a Ferragosto sul sito del quotidiano “Domani” (“Noi genitori dobbiamo ammettere che non esiste un’educazione eco-sostenibile”), Ventura – critico della piccola-media borghesia occidentale – sostiene che lo stile di vita della classe media occidentale fa da modello ai consumi ed è frutto di secoli di dominio “imperiale” e coloniale. È l’Occidente, con i suoi privilegi (non solo benessere, ma democrazia, cultura, libertà di parola, diritti), frutto del “comando” su una sterminata forza-lavoro che è anche (altra interessante intuizione di Ventura) la misura della nostra impronta ecologica.

Una questione di giustizia sociale e ambientale

Non possiamo diventare eco-sostenibili, dunque, perché, sostiene Raffaele Alberto Ventura, nella nostra educazione sono iscritti, come in un DNA, bisogni, abitudini e valori che esigono energia, risorse naturali e lavoro comandato.

Lasciando perdere l’1 per cento della popolazione mondiale (sempre più ricco, vergognosamente ricco), esiste in effetti un club di paesi più o meno con sovrapponibile appartenenza all’OECD (club dei paesi più sviluppati) e alle posizioni migliori in termini di Indice di democrazia, Indice di libertà di stampa, Indice di disuguaglianza di genere o di Indice di sviluppo umano (salvo qualche intruso come la Turchia di Erdogan o l’Ungheria di Orban). E, in questi paesi, esiste un largo ceto medio che, impaurito e indebolito da precarizzazione, disuguaglianze crescenti, riassestamenti dell’ordine mondiale, conflitti geopolitici, si aggrappa a un modello di produzione e consumo che gli ha dato un benessere che vorrebbe conservare.

Fuori della porta del club (ma in parte dentro i confini nazionali: in Italia ci sono anche 14 milioni di poveri), i miliardi di persone senza parità di genere, senza libertà, senza acqua, senza cure o istruzione. Masse che magari aspettano le navi cariche di grano, mentre i loro corrotti e autoritari leader ci inviano navi di materie prime, prodotti esotici, gas e petrolio e fiumi di merci sfornate a poco prezzo dalla fabbrica globale.

L’educazione è responsabile della cupidigia umana? Del saccheggio delle risorse del pianeta?

Detto questo, l’educazione è responsabile della cupidigia umana? Del saccheggio delle risorse del pianeta, di un “Overshoot day” celebrato sempre prima (e nei paesi sviluppati molto presto, addirittura tra febbraio e maggio)?

Penso di no. Certamente, però, l’educazione – specialmente a partire dall’Europa del secolo XV e XVI – è stato uno strumento della lunga marcia dell’umanità verso l’Antropocene e poi – durante l’Antropocene – è stata il puntello della grande accelerazione esponenziale di ogni indicatore ambientale, economico, demografico.

I fondamenti su cui sono stati impostati i sistemi educativi a cominciare dall’Europa del XIX secolo hanno formato menti pronte ad accettare il dominio del genere umano sulla natura così come una serie di ingiustizie e disuguaglianze.

Più cresce negli ultimi secoli il sapere, più crescono insieme i problemi sociali e ambientali: nel secolo scorso, ad esempio, lo sterminio di ebrei, minoranze e oppositori politici da parte del regime nazista fu permesso da un ben oliato apparato organizzativo, pensato e gestito da persone istruite e laureate, cittadini di una nazione madre di grandi filosofi, scienziati, musicisti, scrittori.

Anche il grande saccheggio di biodiversità e la terribile catastrofe climatica che incombe su un mondo sconvolto dalla pandemia (un frutto anch’esso dei nostri errori) sono il prodotto del grande potere di trasformazione e di distruzione messo nelle mani del genere umano da stuoli di grandi scienziati, bravissimi tecnici, colti e preparati manager, politici cresciuti nelle migliori scuole e nelle migliori università.

I sistemi educativi hanno formato le masse per una società di produzione e consumo di massa. Abbiamo avuto una esplosione di dati e di mezzi di informazione, ma queste masse sono pronte ad affollare tanto i centri commerciali quanto i campi di battaglia o a dividersi sulla base di odi religiosi o etnici. La ricerca ha privilegiato i campi capaci di dare dominio e profitto (cercando di adattare un pianeta finito alla infinita bramosia dei pochi in grado di approfittarne) e abbiamo trascurato i campi di ricerca che potessero assicurarci una vera conoscenza della vita sul pianeta e come vivere sostenibilmente in un pianeta finito.

Paradigmi a confronto

Certamente, ancora, i sistemi educativi hanno frammentato il sapere in una infinità di discipline e hanno chiuso i giovani tra le quattro mura delle loro aule, dipingendo un mondo diverso dal mondo reale: su queste fondamenta è stata costruita nell’Antropocene la carbon economy. E, come denuncia il grande scrittore indiano Amitav Ghosh in “The Great Derangement”, anche gli artisti e i letterati (ovvero coloro che i giovani studiano sui banchi o cui essi insegnano nelle aule scolastiche e universitarie) sono stati spesso complici.

Arrivato l’Antropocene, i sistemi educativi sono stati eretti sulla base di una serie di principi, o, come li chiama Orr, dei falsi “miti. David Orr ne sceglie sei. Tra questi io vorrei ricordare:

– che la conoscenza e la tecnologia ci permettano di gestire il sistema Terra;

– che sia possibile aggiustare ciò che abbiamo distrutto.

Una educazione basata su “falsi miti” ha puntato a far emergere, da una folla anonima di esecutori e consumatori passivi, gente “di successo”. Abbiamo così molti ambiziosi, molti arrivisti, molti individualisti, molti utenti compulsivi dei social media, mentre – come osserva David Orr – avremmo bisogno di creatori di pace, di guaritori, di ricostruttori, di sognatori, di narratori di storie, di amici. Di gente, insomma, che abbia il coraggio di impegnarsi per fare del mondo un posto migliore. Questa è l’idea di successo che la cultura dovrebbe coltivare.

Come li si chiamino, ci sono due paradigmi culturali a confronto: manutenzione del sistema vs. rivoluzione ecologica, riduzionismo vs. complessità, ingiustizia sociale e ambientale vs. ecologia integrale, crescita illimitata vs. limite, dominio vs. coevoluzione pacifica,…

Un cambiamento profondo in ogni campo, materiale e immateriale

Si tratta in altre parole di un cambiamento di paradigma da una idea di specie umana “eccezionale” ed “esente” dai condizionamenti dell’ambiente naturale a un paradigma “ecologico” (cioè basato sulle relazioni e sull’idea di finitezza del pianeta e delle sue risorse).

Dipendiamo dall’ambiente cui siamo strettamente connessi che a nostra volta, allo stesso tempo, modifichiamo profondamente. Il paradigma ecologico include l’idea di limite delle conoscenze umane e delle pur straordinarie tecnologie di cui disponiamo. Non siamo onnipotenti: siamo fragili ed esposti all’errore.

Un secondo termine che vorrei sottolineare è “transizione”: transizione da una civiltà industriale (o – secondo alcuni studiosi – post-industriale, in cui prevale il potere “soft” dei valori, della conoscenza, della cultura di massa e dei media) a una civiltà ecologica. Questa transizione è come le precedenti (la rivoluzione dell’agricoltura, la Rivoluzione industriale) una rivoluzione, nel senso che è un cambiamento profondo in ogni campo, materiale e immateriale, della vita e delle società umane.

L’educazione “sostenibile” è necessaria

Il motivo per cui una educazione sostenibile (o eco-sostenibile, come la chiama Ventura) è necessaria è che, a differenza delle rivoluzioni precedenti (che erano rivoluzioni per così dire “inconsapevoli” ed erano il frutto di processi durati migliaia di anni nel primo caso e centinaia di anni nel caso della Rivoluzione industriale), la transizione in cui ci troviamo è:

rapidissima (più rapida della capacità di conoscerla e documentarla con precisione e interezza);

frutto di decisioni politiche, di orientamenti del sistema di produzione e consumo e di scelte personali dei cittadini-consumatori, che incidono così sul sistema produttivo in qualità di “prosumers”;

– caratterizzata da un ruolo enormemente maggiore dell’educazione: perché lo sbocco della transizione sia una civiltà ecologica (e non la realizzazione di una allucinante distopia che gli scenari peggiori fanno presagire) la transizione ha bisogno di un sistema educativo adeguato, che deve dunque essere (come in effetti è) anch’esso “in transizione”.

L’educazione “sostenibile” è un concetto più ampio e complesso di quanto spesso si creda

L’educazione agisce:

– sul lato del consumo (materiale e immateriale) formando cittadini consapevoli e responsabili;

– sul lato della produzione fornendo tutte le conoscenze e le competenze di sostenibilità necessarie ad ogni settore economico;

– sul lato della vita sociale e della partecipazione aiutando cittadine e cittadini a orientarsi in questioni complesse e interconnesse e a esercitare una cittadinanza attiva (dall’ambiente alla geopolitica, all’economia, alla salute, alle migrazioni, ai nuovi diritti personali e via dicendo).

Infatti, il riscaldamento globale (cui dobbiamo aggiungere il degrado ambientale e il crollo della biodiversità) non è determinato solo dalla produzione di energia, ma dall’insieme della attività umane, ovvero da tutto il sistema mondiale di produzione e consumo e dalle sue componenti immateriali (rappresentazioni, narrazioni, scale valoriali, dimensioni spirituali, eccetera). Ciò significa, dunque, che ogni settore deve essere coinvolto nella conversione ecologica globale, e che dovrà farlo in fretta.

Ogni cittadino/a è chiamato/a a fare la sua parte sia sul posto di lavoro, sia a casa e nella vita di tutti i giorni.

È dunque possibile affermare che per giungere a una educazione “sostenibile”:

  1. I modelli formativi dovranno sempre più orientarsi su competenze trasversali e dialogo/contaminazione tra linguaggi disciplinari diversi, superando ad esempio l’attuale compartimentazione.
  2. I modelli formativi dovranno tenere conto delle caratteristiche attuali dell’apprendimento, che oltre a essere LLL (“lifelong learning”) è anche “life wide”, in contesti di apprendimento ibridi, che configurano la necessità di un approccio transdisciplinare multi-stakeholder.
  3. L’apprendimento coinvolge gruppi sociali diversi, prospettive, ecc., anche in luoghi non convenzionali (spesso al di fuori dei tradizionali confini istituzionali).
  4. La transizione ecologica richiede:

– sviluppare relazioni interdisciplinari persone-società-ambiente;

– affrontare i problemi su scala locale e globale;

– accettare e considerare l’incertezza delle soluzioni o decisioni possibili, con conseguenze di tipo epistemologico, metodologico e valoriale.

L’educazione deve cambiare

David Orr

La portata del cambiamento richiesto ai sistemi educativi (non solo formali, ma anche informali) è totale. Per citare ancora David Orr, “The crisis cannot be solved by the same kind of education that helped create the problems”.

Occorre operare per la transizione verso una nuova educazione. Dobbiamo essere consapevoli – ripeto – che siamo (o dobbiamo essere) “in transizione”.

Siamo, o dobbiamo essere, in transizione da una guerra civile permanente tra esseri umani e tra (parte degli) esseri umani e i cicli vitali di un pianeta finito in cui tutto è interconnesso verso una civiltà ecologica.

È infatti – deve essere – una transizione di civiltà, come lo sono state, in passato, la transizione dal Paleolitico al Neolitico con la sua rivoluzione dell’agricoltura e dell’allevamento, e la transizione da civiltà rurali a civiltà industriali, con la Rivoluzione industriale, l’imperialismo e il colonialismo, ovvero dall’Olocene all’Antropocene.

La transizione da un paradigma di “eccezionalismo” o “esenzionalismo” umano a un paradigma ecologico è obbligatoria, pena catastrofi gigantesche che non possiamo più definire “inimmaginabili” ma che sono perfettamente immaginabili, descritte negli scenari dell’IPCC e di molti centri di ricerca. Il futuro apocalittico non nasce più dalla fantasia degli autori di science fiction (che pure hanno il merito di trasformare grafici e tabelle in emozioni, storie, immagini efficaci), ma sta scritto negli algoritmi previsionali dei modelli matematici.

Serve, insomma, una nuova educazione che è inevitabilmente “ambientale”, perché ha al centro il rapporto e la reciproca influenza tra una specie prolifica e invadente, la specie umana, e una Natura cui il genere umano appartiene e da cui dipende, con il suo intreccio complesso di fattori biotici e abiotici.

I sistemi educativi, insomma, devono essere coerenti con il messaggio.

L’educazione sostenibile è possibile?

Viste le caratteristiche e le non facili sfide di una educazione sostenibile, resta da vedere se questa nuova educazione è possibile. Intendiamoci, possibile non a livello di esperienze avanzate o di isole felici (che già esistono), ma realizzata in modo diffuso e massiccio, tale da incidere concretamente e visibilmente sulle pratiche sociali, le politiche, gli stati d’animo, gli orientamenti, le convinzioni, i rapporti interpersonali e tra popoli e classi.

Spunti e proposte non mancano, da Paulo Freire a Edgar Morin, da Orr a Sterling, alla “Laudato si’”. Nelle nostre collane è possibile trovare (e leggere gratuitamente) l’affascinante “My Green School” (tradotto in molte lingue, dal tedesco al giapponese) di Thakur S Powdyel, ex ministro dell’istruzione del Regno del Bhutan, il regno che ha adottato come criterio guida di governo la felicità nazionale. Parla di scuole e università verdi grazie a una “verdità” totale: naturale, sociale, culturale, intellettuale, accademica, estetica, ecologica e morale.

È un verde di tutti gli aspetti materiali e immateriali: programmi, valori, architettura, organizzazione, eccetera. In altre parole, abbiamo bisogno di scuole e università più verdi, di più istruzione all’aperto, di più relazioni tra interno ed esterno, tra istruzione e crisi globale che stiamo affrontando, tra istruzione e società civile e stakeholders.

Alcune condizioni per incidere di più

L’idea ha fatto addirittura capolino nel piano RiGenerazione Scuola dell’italiano ministero dell’Istruzione (ma contraddetto da molte controverse e discutibili misure del ministro Bianchi), la cui sorte è in ogni caso segnata, quale che sia l’esito delle elezioni politiche anticipate. Piano o non piano, molte scuole e molti insegnanti provano a intraprendere la strada della sostenibilità. Avrebbero bisogno di supporto e di stare in rete per fare massa critica.

Meglio sta forse l’educazione non formale, che già possiede alcuni requisiti di visione, approccio pedagogico, legame con la natura, organizzazione capillare e flessibile, valorizzazione dell’intelligenza emotiva, competenze.

In generale, una educazione (eco)sostenibile di maggiore diffusione e impatto è possibile, ma occorrono più “vasi comunicanti” tra università, enti di ricerca, scuola, educazione non formale, infosfera, enti territoriali, società civile.

È ad esempio quello che, nel nostro piccolo, cerchiamo di fare con la testata “.eco” e altre riviste, con la Rete WEEC, con le tante iniziative e i tanti altri strumenti che cerchiamo di mettere a disposizione dell’educazione sostenibile.

“.eco” e la Rete WEEC sono impegnate per il rinnovamento del sistema educativo. Per partecipare scrivere a redazione@rivistaeco.it

Scrive per noi

MARIO SALOMONE
MARIO SALOMONE
Sociologo dell'ambiente, giornalista e scrittore, Mario Salomone dirige ".eco" dalla fondazione (1989), è autore di saggi, romanzi e racconti e di numerosi articoli su quotidiani e riviste. Già professore aggregato all'Università di Bergamo, è Segretario generale della rete mondiale di educazione ambientale WEEC, che realizza ogni due anni i congressi del settore.

MARIO SALOMONE

Sociologo dell'ambiente, giornalista e scrittore, Mario Salomone dirige ".eco" dalla fondazione (1989), è autore di saggi, romanzi e racconti e di numerosi articoli su quotidiani e riviste. Già professore aggregato all'Università di Bergamo, è Segretario generale della rete mondiale di educazione ambientale WEEC, che realizza ogni due anni i congressi del settore.

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