Quelle stragi che sono sempre “annunciate”

Morti e distruzione fisica a Ravanusa nell’Agrigentino per lo scoppio delle condutture del gas. “Strage annunciata” i titoli dei giornali. Ormai sono poche le catastrofi che, dopo averne catalogato morti e danni materiali, non vengono definite “annunciate”. Cosa dobbiamo imparare dalla tragedia di Ravanusa e tante altre ricorrenti tragedie.

Ravanusa (AG)

(Nell’immagine di apertura, l’alluvione del 1966 a Firenze – ricostruzione)

Morti e distruzione fisica a Ravanusa nell’Agrigentino per lo scoppio delle condutture del gas. “Gas, la strage annunciata” titolava a tutta pagina La Repubblica del 13 dicembre 2021. Ormai sono poche le catastrofi che, dopo averne catalogato morti e danni materiali, non vengono definite “annunciate”. Poi, una volta stabilito che, in quanto annunciata, la strage si poteva evitare e soprattutto si potevano evitare morti, feriti e danni alle cose; dopo le lacrime e la rabbia si è regolarmente intervenuti con quella che mi è sempre piaciuto definire la “politica del rattoppo”. Con interventi, cioè, capaci di metter pezze, tamponare falle, ma senza intervenire sulle cause rimuovendone la pericolosità. E punto e a capo in attesa della prossima “annunciata”. Dopo l’alluvione di Firenze del 1966, tanto per ricordare una tragedia tra le più gravi e note, quanti anni sono passati prima che si intervenisse a completare lo scolmatore dell’Arno? Quell’impianto la cui costruzione fu iniziata nel 1954, cioè sei anni dopo l’inondazione di Pisa del 1949, avrebbe potuto evitare il disastro di Firenze, ma all’epoca era ancora in lavorazione ed è stato completato nel 2018.

La storia non è “magistra vitae”

È un esempio, fra i tanti, per ripetere, per l’ennesima volta, che la storia non insegna niente. Ma se si provasse ad imparare, una volta tanto? Anzi, una volta per tutte e, magari, con questo Governo cui non mancano i soldi ai quali non sempre corrispondono idee di spesa? L’Italia, come in molti sanno, è un Paese geologicamente giovane e, in quanto tale, più fragile. Soprattutto lungo la dorsale appenninica, dalla Liguria allo “sfasciume pendulo sul mare”, come Giustino Fortunato definiva la Calabria. È idrogeologicamente dissestata (frane, smottamenti, alluvioni), è sismica e, in Campania e Sicilia, vulcanica (Vesuvio, Campi Flegrei, isole Eolie, Etna).

Prevenire è meglio che curare

I costi di questa fragilità sono stati e sono molto elevati e documentati (Vincenzo Catenacci, Il dissesto geologico e geoambientale in Italia dal dopoguerra al 1990, Roma 1992 e Emanuela Guidoboni e Gianluca Valensise, Il peso economico e sociale dei disastri sismici in Italia negli ultimi 150 anni, Roma 2011). I benefici sono stati e sono minimi come sempre tali sono quelli derivanti da interventi di riparazione piuttosto che di prevenzione. E poiché, come sanno non solo i medici, prevenire è meglio che curare, sarebbe la volta buona di impostare una seria politica di prevenzione. Soprattutto per i fenomeni derivanti dal dissesto idrogeologico ulteriormente aggravati dal mutamento climatico e dalla ricorrenza di “eventi estremi”; e, ancora, per i fenomeni sismici imprevedibili quanto prevenibili negli effetti.

Sarebbe una bella spesa. Ma, contrariamente alla spesa per gli interventi di rattoppo, sarebbe una spesa per investimenti.

Investimenti utili e necessari in ricerca scientifica, ambiente vivibile e territorio sicuro

Investimenti in ricerca scientifica; in interventi sulle colline e le valli interne dell’Appennino; interventi di sistemazione antisismica a cominciare dalle scuole (ci ricordiamo i 26 bambini morti per il crollo della scuola a San Giuliano di Puglia il 31 ottobre del 2002?); interventi di manutenzione di tutto quanto (ri)sistemato. Il tutto con il beneficio facilmente quantificabile in quantità di posti di lavoro (e di pubblica utilità) e di diffuso miglioramento della qualità della vita.

Magari, si potrebbe dire, che con la pandemia imperante c’è altro cui pensare. Niente affatto. Tutto quanto viene quotidianamente speso per la pandemia (non poco a causa di negazionisti che si ammalano e diffondono il virus) anche è una spesa di investimento, se consente di evitare morti e malati. Ma, come ci ricorda la storia delle pandemie, queste disgrazie finiscono. Invece frane, alluvioni, terremoti si ripropongono con “regolarità” su un fragile territorio. Perciò una quota importante di spesa in questo senso andrebbe opportunamente inserita nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Anche perché se si vuole pure dare un valore concreto alle parole e al loro significato, Ripresa e Resilienza significano anche realizzare doverosamente un Paese con un ambiente vivibile e un territorio sicuro.

Riprendiamo l’articolo di Ugo Leone uscito su Strisciarossa del 24 dicembre 2021

Scrive per noi

UGO LEONE
UGO LEONE
Già professore ordinario di politica dell'ambiente presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Napoli "Federico II". I suoi interessi scientifici e i contenuti delle sue pubblicazioni sono incentrati prevalentemente sui problemi dell'ambiente e del Mezzogiorno. E' autore di numerosi volumi e editorialista dell'edizione napoletana del quotidiano "la Repubblica". Per molti anni è stato presidente del Parco nazionale de Vesuvio.

UGO LEONE

Già professore ordinario di politica dell'ambiente presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Napoli "Federico II". I suoi interessi scientifici e i contenuti delle sue pubblicazioni sono incentrati prevalentemente sui problemi dell'ambiente e del Mezzogiorno. E' autore di numerosi volumi e editorialista dell'edizione napoletana del quotidiano "la Repubblica". Per molti anni è stato presidente del Parco nazionale de Vesuvio.

UGO LEONE has 62 posts and counting. See all posts by UGO LEONE

Parliamone ;-)