Terzo millennio: i bambini chiedono e vogliono la pace. È ora di rispettare i loro diritti

“Costruire la pace è un problema pedagogico, evitare la guerra è il lavoro dei politici” (Maria Montessori). Basta con le vuote parole: ancora non abbiamo imparato a “vedere” i nostri bambini. Pedagogisti, educatori, maestri “urlino” i diritti dei bambini, il rispetto per le loro intelligenze e la salvaguardia della loro integrità fisica e mentale. Che sia autentico “I Care”.

Guerra, dal germanico werra, cioè mischia, in latino bellum. Tra la guerra dei Romani ordinata e sofisticata e la guerra dei barbari, selvaggia e disordinata, fu quest’ultima a prevalere nel tempo[i]. L’uno o l’altro che sia il significato ricorrente, i bambini risponderanno che il contrario di guerra è pace.

galtungJohan Galtung (1930), sociologo e professore di studi per la pace, sostiene che la pace si ottiene sui rapporti equi, sull’empatia, sulla riconciliazione, sull’identificazione del conflitto soggiacente, sulla ricerca di soluzioni anziché l’affrontare, aggredire l’altro lato in una ricerca rabbiosa di vittoria”. Dovremmo saperlo ormai! Per anni gli insegnanti hanno spiegato le guerre combattute nei secoli e raccontate nei libri di storia, le conseguenze come le distruzioni, le morti, gli eccidi e la miseria. Eppure stiamo ancora qui a parlarne perché la nostra specie, che si dichiara evoluta e progredita, non ha imparato a riconoscere il conflitto come parte integrante della natura umana, in particolare della relazione, e che solo una sapiente opera educativa può insegnare a gestire. Tuttavia, il ruolo dell’educazione, nel nostro millennio, sembra poco prevalente, così, anziché promuovere agio nella persona, si preferisce la cura terapeutica trascurando delle sane opportunità di crescita.

Osserviamo un bambino che litiga con un compagno di giochi per avere il possesso di un giocattolo: piange, strilla. Adulti poco formati alla conoscenza delle dinamiche infantili definiranno quei bambini egoisti, prepotenti o capricciosi (ma che cos’è, poi, un capriccio?), altri si faranno mediatori, altri ancora interverranno a sostegno della causa dei propri figli. Se lasciassimo ai bambini la libera gestione di quel litigio, né più né meno che una forma di primo conflitto, potremmo assistere alla sua stessa naturale risoluzione, perché in loro intervengono la simpatia e, piano piano l’empatia. Termine, quest’ultimo, persino usurato dagli adulti, i quali, in buona parte dei casi, non ne hanno compreso l’essenza.

Il bambino, un “embrione spirituale”

Nel 2020 sono stati ricordati i 150 anni dalla nascita di Maria Montessori.

Maria Montessori ha definito il bambino un “embrione spirituale”, volendo dire che egli contiene già in sé energia, originalità, forza creatrice e potenzialità: un vero patrimonio che molto, troppo spesso, rischiamo di disperdere. La dottoressa scrive: “Il bambino è creatore di sé stesso, depositario di una propria irripetibile originalità che si andrà costruendo e definendo nel suo rapporto con l’ambiente”. Perché ciò si realizzi, occorrono adulti educanti “educati”, formati, autenticamente empatici, coerenti nel comportamento e nella comunicazione, sinceri e affidabili, al fine di garantire al bambino le condizioni per espandersi. La Montessori, tuttavia, aggiunge che il bambino “ostacolato e non compreso, si vendica una volta diventato adulto […] un adulto che ha sepolto dentro di sé il bambino incompreso e mutilato della sua vita psichica”. È chiaro dunque: l’educazione, questa sconosciuta, è la chiave di svolta. I programmi scolastici fanno riferimento a “educazioni” di ogni tipo; è stata reintegrata, e a buona ragione, anche l’”educazione civica”. Eppure sembra mancare l’educazione, quella con la “e” maiuscola che è un altro dire, un altro fare e richiede grosso impegno e assunzione di responsabilità da parte di ogni adulto, che è naturalmente educante. La scuola non basta, né alla scuola possiamo delegare un compito tanto gravoso. I maestri tentano di educare i propri alunni alla “gestione del conflitto” e impiegano molto del tempo scuola a ”educare alle emozioni”, alla cooperazione, alla solidarietà. Ma il contrasto, ideale e pratico, con ciò che sta fuori dalle mura scolastiche è di una tale evidenza! Non solo, spesso si demolisce ciò che si costruisce dall’altra parte.

I bambini sanno fare pace

I bambini sanno litigare bene, lo imparano facendo esperienza ogni giorno, proprio nella relazione. È straordinario osservare due bimbi che hanno litigato e poi si dicono: “Facciamo la pace adesso? Giochiamo insieme? Mi fai amico?”. Ma poi si diventa grandi e si rischia di assimilare, poco a poco, un altro modo di fare, il modello adulto: né più, né meno. Subentrano la competizione, il bisogno di visibilità, l’avere sull’essere, il desiderio di potere economico e/o politico, o entrambi, e il conflitto,che, ripeto, è una naturale componente umana, può tramutarsi in guerra. Gli esempi costituirebbero una lunga lista!

Non è per niente casuale, a dimostrazione della leggerezza con cui si distorcono le parole, che nel lessico mediatico la guerra venga definita “conflitto” tra Stati, popoli, paesi, un conflitto non più gestibile visto che utilizza la violenza come unico mezzo di risoluzione. Una storia atavica… e le guerre continuano in ogni parte del mondo, con oppressi e oppressori, con giochi di ruolo spesso ribaltabili in una partita giocata a tavolino dai detentori del potere, mentre, in realtà non ci sono né vinti, né vincitori (B. Brecht), ma solo “povera gente” che non comprende neppure le ragioni della guerra. Insomma, non abbiamo imparato nulla dalla storia e provochiamo un pericoloso circolo vizioso: non permettiamo ai bambini di imparare diversamente da noi.

Una buona quantità di manifesti e intenti

Eppure, disponiamo di una buona quantità di manifesti e intenti per la pace. Il Ministero dell’istruzione ha diramato la nota n. 4469 del 14 settembre 2017, tramite la quale ha trasmesso in tutte le scuole italiane le “Linee guida per l’educazione alla pace e alla cittadinanza globale”.

Inoltre, l’introduzione dell’educazione civica nei programmi di studio, ha avuto l’obiettivo, tra gli altri, di educare alla pace. Abbiamo anche la dichiarazione ONU sul diritto alla pace (2016) dove, nell’articolo 4, si legge “Saranno promosse le istituzioni internazionali e nazionali di educazione per la pace al fine di rafforzare fra tutti gli esseri umani lo spirito di tolleranza, dialogo, cooperazione e solidarietà”.[ii] Disponiamo di una tale ricchezza di principi e intenzioni verso la pace, eppure… Anche la storia della pedagogia non manca di esempi di studiosi e di maestri che hanno impegnato la propria vita per affermare la pace, come ad esempio Aldo Capitini, Danilo Dolci, per citarne alcuni. Tuttavia, le buone intenzioni stentano ad affermarsi nella pratica, intanto i bambini assorbono, giorno dopo giorno, l’incoerenza degli adulti. Né può stupire l’aumento di fenomeni come il bullismo o le baby gang a meno che non vi sia la convinzione che v’è in atto una rivoluzione genetica di stampo lombrosiano e accettiamo che si nasce violenti.

Forse, il mondo adulto, prima di proclamare l’educazione alla pace, dovrebbe esso stesso chiedersi: “Che cosa significa educare alla pace?”. “Che cos’è oppure qual è la pace auspicata?” “Quali sono le convinzioni generali che precedono una guerra?”. A pensarci bene, ogni parte coinvolta è convinta di trovarsi dalla parte “dei giusti” e, a suo dire, di combattere (che poi significa uccidere) per la pace.

“Educare nella pace”: un’utopia pedagogica

Quanto è indispensabile la consuetudine a un pensiero riflessivo! E poi le parole: quanto sono importanti e quanto, invece, sono manipolate! La realtà è che si dovrebbe “educare nella pace”: un’utopia pedagogica, un luogo ancora da scoprire e da raggiungere.

Soltanto il 27 gennaio scorso è stata celebrata la “Giornata della memoria” e nelle scuole sono state organizzate lezioni, concorsi, attività didattiche finalizzate a educare i bambini alla pace, a sostenere che “quelle brutte storie” non sarebbero mai più accadute. Poco dopo ecco l’escalation verso una nuova guerra. Quegli stessi media che fino a qualche giorno prima avevano dato voce a un passato all’insegna della sofferenza, della violenza sugli uni e sugli altri, vinti e vincitori, vittime delle guerre, ecco annunciare morti e distruzioni, mostrare squarci e ferite, ponendo l’accento in particolare sulle vittime pietosamente considerate più fragili: bambini, donne, persone anziane.

Proviamo a metterci nei panni di un bambino: che cosa avrà pensato? Come si sarà spiegato una tale incongruenza di intenti nel genere umano? Si saranno chiesti: “Ma i grandi che cosa vogliono, che cosa dicono?” Nelle loro testoline, nei loro occhi stupiti, forse, c’è l’attesa di una fata che magicamente sconfiggerà il drago cattivo e spegnerà le sue lunghe lingue di fuoco. Nelle fiabe vince sempre il bene anche se loro non sanno da che parte stia, sanno solo che ci sono i buoni e i cattivi e che nelle fiabe vincono sempre i buoni e ci si salva con l’aiuto di una fata o di un mago. Ma chi saranno i buoni? Ai piccoli non interessa chi abbia ragione o torto, a loro interessa l’integrità individuale, dei propri cari e degli amici, delle case, della loro scuola, dei loro parchi e giardini. Invece le immagini, quelle immagini, creano ferite e fratture e… tanta paura.

Pensare ai nostri bambini

Ricordiamolo: la guerra provoca danni e traumi in tutti i bambini, in guerra e non. Come spiegare loro tante brutture che l’essere umano ha creato con le proprie mani? Un essere che da una parte predica solidarietà, rispetto, generosità, comprensione e…pace, mentre dall’altra sottrae la libertà ai propri simili, uccide, distrugge.

Credo sia necessario essere onesti e leali con loro, spiegare che certi “grandi” preferiscono fare la guerra piuttosto che parlare, ricercare il potere per sentirsi più forti invece che rispettare gli altri, che usano la prepotenza e la violenza perché non hanno mai imparato ad ascoltare. E poi bisogna guardare i bambini dritto negli occhi, ancora pervasi dai sogni e dall’ingenuità, e dire loro: “ Voi potrete cambiare le cose! Sarete migliori, sarete più bravi!”

Questo nostro millennio suscita un inesorabile timore: velocità, individualismo, competitività estrema, quindi insana, assenza del tempo per la riflessione ed il confronto, ancora misoginia e la violenza cresce, sempre di più. Si fa violenza anche quando non si dona ascolto agli altri né a noi stessi. Sempre più soli. Una solitudine che costringe a barricarsi dentro ai propri confini, a difenderli, innalzando nuovi muri e tentare di sconfiggere la paura. Una crisi epocale, prodromica a cambiamenti radicali. È d’obbligo, allora, pensare ai nostri bambini come ai protagonisti della storia di domani. Ma quali basi avremo posto? Quali insegnamenti avremo offerto loro? Quali saranno le conseguenze di quanto accade oggi sulla loro formazione? Quali gli strascichi emotivi? Avremo dato loro la possibilità di formarsi al pensiero critico? Quali gli strumenti per la migliore conoscenza di sé?

Disagio psicologico e psichico

Occorre un accurato esame di coscienza visto che ancora non abbiamo imparato a “vedere” i nostri bambini. Li abbiamo riempiti di “cose” trascurando la ricchezza, la spiritualità, le potenzialità di cui sono portatori, naturalmente. Crescono in modo esponenziale le diagnosi di disagio psicologico e psichico, personalità sempre più fragili. Il loro mondo è sempre più medicalizzato. Tutto ciò è di una tristezza infinita.

“L’ansia e la depressione rappresentano il 40% dei disturbi mentali diagnosticati. I tassi in percentuale di problemi diagnosticati sono più alti in Medio Oriente e Nord Africa, in Nord America e in Europa Occidentale. Quasi 46.000 adolescenti muoiono a causa di suicidio ogni anno – più di uno ogni 11 minuti –una fra le prime cinque cause di morte per la loro fascia d’età. Per le ragazze fra i 15 e i 19 anni è la terza causa di morte più comune, mentre per i ragazzi nella stessa fascia di età è la quarta più comune. In Europa occidentale diventa la seconda causa di morte fra gli adolescenti fra i 15 e i 19 anni, con 4 casi su 100.000, dopo gli incidenti stradali (5 casi su 100.000)”[iii].

Scorrono fiumi di parole sull’intolleranza “intollerabile”, sulla lotta alle disuguaglianze, sul riconoscimento dei diritti per tutti, sul rispetto dei principi costituzionali, eppure sembrano crescere le forme di razzismo, anche se in modo tacito e sotteso. Non mancano interventi ripetitivi se non melensi che decantano aiuti e sostegni per gli uni e per gli altri: migranti, nuovi poveri e facciamo bene ma, nello stesso tempo, accettiamo che la società abbia ancora e sempre di più, i poveri e gli indigenti, mentre la diversità resta un tabù, per quanto se ne parli. Prevale il “politicamente corretto” o “socialmente corretto”. Di fatto, le società del nostro millennio sono ancora fortemente orientate all’odio, al razzismo, al potere, a partire dalle espressioni verbali utilizzate (“Non sono razzista però… Io rispetto tutti ma…”). Difficile liberarsi di atavici pregiudizi.

“Come possiamo imparare a rispettarci a vicenda? Dobbiamo sentire e assorbire le forze spirituali che esistono intorno a noi, sentire i raggi cosmici nell’universo come se fossero trasmessi da strumenti, che ci aiutano ad individuarli. Questi strumenti li abbiamo davanti a noi e non sono rari come si potrebbe pensare: sono i nostri bambini!” (Maria Montessori).

Ricominciare dall’educazione

E allora, ricominciamo dai nostri bambini, dall’educazione. Non abbiamo alternative! La scienziata e pedagogista propugnava una pedagogia dell’interiorità del bambino grazie alla quale si raggiunge la crescita spirituale del bambino, la via verso un’adultità consapevole e responsabile, capace di condurre un’esistenza nel rispetto degli altri, offrendo il proprio indispensabile contributo nell’ottica della Noità.

La scuola e la famiglia sono la speranza, ancora una volta e, nell’attesa di un mondo adulto che sappia stare nella pace, l’educazione, ripeto, è la chiave di volta. Non è più tempo di vuote parole. Auspico che pedagogisti, educatori, maestri “urlino” i diritti dei bambini, il rispetto per le loro intelligenze e la salvaguardia della loro integrità fisica e mentale. Che sia autentico I Care, “m’interesso di te perché mi stai a cuore!”. Occorrono coerenza, autenticità, trasparenza, empatia. Ri-cominciamo da noi, professionisti dell’I Care.

Vale la pena rammentare l’articolo 24 della Convenzione sui diritti dell’Infanzia e dell’adolescenza che riconosce a tutti “i bambini e gli adolescenti il diritto di godere del miglior stato di salute possibile e di beneficiare di servizi medici e di riabilitazione e prevede che gli Stati si sforzino di garantire che nessun minore sia privato del diritto di avere accesso a tali servizi, nonché di dare piena attuazione a tale diritto.”[iv]

[i] https://unaparolaalgiorno.it/significato/guerra

[ii] https://www.peacelink.it/pace/a/47141.html

[iii] https://www.unicef.it/media/salute-mentale-nel-mondo-piu-di-1-adolescente-su-7-disturbi-mentali/

[iv] https://gruppocrc.net/area-tematica/premessa172/

Scrive per noi

Luisa Piarulli
Luisa Piarulli
Luisa Piarulli è esperta in Bioetica e pedagogia del territorio. Premio Curcio 2016 per la cultura pedagogica e docente a contratto all’Università Cattolica di Milano, insegna scienze umane e sociali nelle scuole secondarie superiori. Past president nazionale Anpe, fa parte dell’Osservatorio nazionale infanzia e adolescenza e del Comitato scientifico dell’Associazione Pensare Oltre. Scrittrice, è editorialista per Orizzonte Scuola. Fa consulenza pedagogica nel suo studio che ama definire il suo “laboratorio pedagogico”, a Torino. Considera una missione promuovere la cultura pedagogica e il ruolo del pedagogista negli ambienti socio-educativi per contrastare la forte ondata medicalizzante che investe giovani e adulti.

Luisa Piarulli

Luisa Piarulli è esperta in Bioetica e pedagogia del territorio. Premio Curcio 2016 per la cultura pedagogica e docente a contratto all’Università Cattolica di Milano, insegna scienze umane e sociali nelle scuole secondarie superiori. Past president nazionale Anpe, fa parte dell’Osservatorio nazionale infanzia e adolescenza e del Comitato scientifico dell’Associazione Pensare Oltre. Scrittrice, è editorialista per Orizzonte Scuola. Fa consulenza pedagogica nel suo studio che ama definire il suo “laboratorio pedagogico”, a Torino. Considera una missione promuovere la cultura pedagogica e il ruolo del pedagogista negli ambienti socio-educativi per contrastare la forte ondata medicalizzante che investe giovani e adulti.

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