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Giustizia sociale e ambientale. I nuovi dati su cui lavorare

| MARIO SALOMONE

Tempo di lettura: 6 minuti

Giustizia sociale e ambientale. I nuovi dati su cui lavorare
Ricchi sempre più ricchi, poveri sempre più poveri: una disuguaglianza che si manifesta anche nel campo dell’istruzione e di fronte al cambiamento climatico. Alcuni motivi per cui l’educazione ambientale include giustizia sociale e ambientale, pace e cittadinanza globale, anche grazie ai dati del nuovo rapporto sulle disuguaglianze mondiali.

Curato da Lucas Chancel, Ricardo Gómez-Carrera, Rowaida Moshrif e Thomas Piketty è già disponibile il World Inequality Report 2026 (WIR), frutto di un progetto (WID, The World Wealth and Income Database) finanziato per un terzo dal Consiglio europeo della ricerca (ERC) e altri fondi, tra cui il programma europeo Horizon, per il 22 per cento da un gruppo di enti di ricerca francesi, e per il resto da università e fondazioni.

Il rapporto (che aggiorna e amplia le edizioni del 2022 e del 2018) fa parte di una gamma di strumenti a libero accesso, prodotti dal World Inequality Lab (WIL), tra cui un rapporto sull’ingiustizia climatica (Climate Inequality Report). I dati del WIR confermano quanto emerge, in modo più o meno evidente, da tutti gli studi in materia di disuguaglianze di reddito e di ricchezza, come i rapporti di Oxfam (quello del 2025 punta il dito sul colonialismo) e altri studi (dall’OCSE alla Banca mondiale, fino a UBS, più eccitata, questa, per la crescita della clientela milionaria).

È il quadro è quello che sappiamo, o che dovremmo sapere: i (pochi) ricchi e ricchissimi diventano sempre più ricchi, concentrano reddito e patrimonio (e quindi potere e controllo del mondo) in poche mani.

Il rapporto tocca tutti gli aspetti della disuguaglianza e la sintesi è disponibile, oltre che in inglese, anche in francese, spagnolo, arabo, cinese, russo, portoghese, tedesco, hindi, turco, tailandese. Per chi voglia usarlo a lezione sono disponibili anche una presentazione in PPTXe un PDF. E, come vedremo adesso, lezioni e progetti educativi (ad esempio di cittadinanza globale) devono mettere sempre più al centro, insieme ai temi ambientali, il legame con quelli sociali e della pace.

Istruzione: un divario di 1 a 40

Spulciando tra i dati (i principali sono nella scheda più sotto) vediamo che la spesa media per l’istruzione di un bambino dell’Africa subsahariana è di soli 200 dollari Usa, quaranta volte più bassa della media dell’Europa e del Nord America. E che circa 60.000 multimilionari (pari allo 0,001 per cento dell’umanità) possiedono il triplo di mezza umanità messa insieme, mentre, se passiamo all’1 per cento, troviamo concentrata la ricchezza del 90 per cento più povero degli esseri umani.

La ripartizione del reddito lordo in Italia dal 1900 al 2024 tra il 100% più ricco e il 50% più povero (fonte: WIR 2026).

In trend è simile anche in Italia (vedi grafico a lato). Nel nostro Paese, infatti, il 10% dei redditi più ricchi ammonta a circa il 32% del reddito totale, mentre il 50% più basso rappresenta circa il 21%. La disuguaglianza di ricchezza è sostanzialmente ancora più alta: il 10% più ricco detiene circa il 56% della ricchezza totale e l’1% più ricco oltre il 22%.

La forbice era andata restringendosi nel corso del Novecento, grazie alle lotte operaie e alle conquiste dello stato sociale, fini a raggiungere il punto migliore negli anni ’70 del secolo scorso: sono anni di grandi (e uniche) riforme in senso democratico: tra le tante, lo Statuto dei lavoratori (1970, poi colpito da vari interventi legislativi, fino al famigerato Jobs Act)), il divorzio (1970), la tutela delle lavoratrici madri (), la parità tra trattamento tra uomini e donne (1977), l’istituzione di asili nido pubblici e la scuola a tempo pieno (tutte del 1971), il riconoscimento dell’obiezione di coscienza (1972), le maggiori tutele nel diritto del lavoro (1973), le 150 ore di permesso di studio per i lavoratori, il nuovo diritto di famiglia (1975), la legge Merli sulla tutela delle acque (1976), l’istituzione del Servizio sanitario nazionale (1978) e, sempre nel 1978, la regolamentazione dell’aborto, la chiusura dei manicomi (“legge Basaglia”) e l’equo canone sugli affitti.

Sono norme, come si vede, nel campo dei diritti dei lavoratori, della salute, dell’istruzione, della parità di genere, della casa, dei diritti civili, dell’ambiente.

Hanno un effetto ridistributivo e perequativo doppio: da un lato rafforzano il potere contrattuale e migliorano la qualità della vita; dall’altro aumentano la quota di salario “libero”, cioè quella parte che non finisce in spese per le cure mediche, l’istruzione o l’affitto.

Passato quel momento magico, sono arrivate le politiche neoliberiste e le privatizzazioni che, dagli anni ’80 del XX secolo, erodono (e continuano a erodere) diritti e aumentano le disuguaglianze.

Le ragioni della disuguaglianza e il ruolo chiave dell’ingiustizia climatica

Scorrendo i dati del WIR 2026, si trovano ulteriori conferme: i flussi finanziari, ad esempio, scorrono (nella misura di ben l’1 per cento del PIL) dai paesi più svantaggiati a quelli più ricchi, in barba alle politiche di cooperazione internazionale e ai cosiddetti “aiuti allo sviluppo”.

La riduzione della progressività fiscale, dagli anni ’80 del Novecento in poi, ha drasticamente ridotto la tassazione sui redditi più alti, mentre i compensi dei top manager schizzavano verso l’alto. Chi ha i soldi, inoltre (come spiego in Giustizia sociale e ambientale), può avvalersi di numerosi trucchi di evasione ed elusione fiscale e vede le rendite finanziarie e immobiliari tassate meno del lavoro dipendente. Insomma, i ricchi fanno festa: non solo si mina così la giustizia fiscale; ma, osserva il WIR, si priva le società delle risorse necessarie per l’istruzione, la sanità e l’azione climatica.

La privazione di opportunità e di futuro, dovuta alla povertà educativa, e le disuguaglianze di genere fanno il resto.

Lo scandalo della disuguaglianza mondiale è ancora più grave e più grande se si considera che i Paesi e gli strati di popolazione più poveri sono anche i più colpiti dall’emergenza climatica e dalla crescita dei disastri ambientali.

A questo aspetto i ricercatori del WIR dedicano un intero capitolo (oltre, come accennato, il Climate Inequality Report 2025): i ricchi inquinano (il decile più ricco è responsabile del 77 per cento delle emissioni), mentre la metà più povera della popolazione globale rappresenta solo il 3% delle emissioni di carbonio associate alla proprietà privata di capitale. L’ingiustizia è tripla (vedi grafico): subiscono i danni maggiori, hanno meno capacità finanziaria per affrontarli, ma la loro percentuale di emissioni è minima.

Fonte: WIR 2026

I ricchi, infatti, consumano di più (ad esempio con i loro aerei privati o i continui viaggi d’affari e, in generale, con il loro stile di vita), ma soprattutto possiedono le aziende più inquinanti e i patrimoni finanziari (che vengono investiti guardando al profitto, ovunque e comunque sia, e non certo alla finanza “etica”).

Più in grado di proteggersi dai danni da essi stessi provocati, usano il potere finanziario e politico per ostacolare e, possibilmente, invertire le politiche contro il riscladmento globale, come sta appunto avvenendo nell’Unione europea e negli Usa di Trump.

Occuparsi di giustizia sociale, insomma, vuol dire occuparsi di clima e di ambiente. Due ambiti, come sottolinea anche il rapporto 2026, strettamente interconnessi: “La crisi climatica si sta sviluppando in un mondo segnato da profonde disuguaglianze economiche e ricchezza altamente concentrata. Queste due dinamiche sono profondamente intrecciate”.

E un altro intreccio è con la pace: la violenza diffusa, le crisi geopolitiche, le molte guerre intestine e tra stati sono il frutto di un mondo disuguale, in cui un manipolo di miliardari e di imprese cerca di arraffare risorse per tenere in piedi le dinamiche della disuguaglianza.

Ambiente, pace, giustizia, diritti, cittadinanza globale: ecco dunque il continuum su cui dobbiamo lavorare, con la nostra azione educativa e culturale.

Scheda. La disuguaglianza in sintesi

  1. La disuguaglianza di opportunità di oggi alimenta la disuguaglianza di risultati di domani. La spesa media per l’istruzione per bambino nell’Africa subsahariana è di soli 200 € (PPA), rispetto ai 7.400 € in Europa e ai 9.000 € in Nord America e Oceania — un divario di 1 a 40, circa tre volte superiore a quello nel PIL pro capite. Tali disparità plasmano le opportunità di vita attraverso le generazioni, radicando una geografia delle opportunità che aggrava e perpetua le gerarchie globali della ricchezza.
  2. La ricchezza ha raggiunto massimi storici, ma rimane distribuita in modo molto diseguale. Lo 0,001% più ricco — meno di 60.000 multimilionari — possiede tre volte più ricchezza rispetto all’intera metà inferiore dell’umanità messa insieme. In quasi ogni regione, solo l’1% più ricco detiene più ricchezza del 90% più povero messo insieme.
  3. Il sistema finanziario globale è truccato a favore dei paesi ricchi. A livello globale, circa l’1% del PIL fluisce ogni anno dai paesi più poveri a quelli più ricchi attraverso trasferimenti netti di reddito, dovuti a rendimenti eccessivi persistenti e a pagamenti di interessi più bassi sulle passività dei paesi ricchi, pari a quasi tre volte l’importo degli aiuti globali allo sviluppo.
  4. Il divario salariale di genere persiste in tutte le regioni ed è maggiore quando si considerano le ore di lavoro non retribuite. Escludendo il lavoro non retribuito, le donne guadagnano solo il 61% del guadagno medio per ora lavorativa; includendo il lavoro non retribuito, questa percentuale scende a soli il 32%. In ogni regione, le donne lavorano più ore degli uomini, considerando anche il lavoro non retribuito.
  5. La proprietà del capitale gioca un ruolo fondamentale nell’ineguaglianza delle emissioni di carbonio. Gli individui benestanti alimentano la crisi climatica attraverso i loro investimenti, oltre che con i loro consumi e stili di vita. La metà più povera della popolazione globale rappresenta solo il 3% delle emissioni di carbonio associate alla proprietà privata di capitale, mentre il 10% più ricco ne rappresenta il 77%.
  6. Nelle democrazie occidentali, le divisioni politiche di reddito e istruzione si sono disconnesse: le preferenze politiche si sono allontanate dagli allineamenti tradizionali basati sulla classe verso sistemi di partito “multi-élite” in cui gli elettori altamente istruiti ora tendono a sinistra, mentre quelli ad alto reddito rimangono allineati con la destra. Questa frammentazione ha indebolito la possibilità di ampie coalizioni a favore della redistribuzione.
  7. Tasse e trasferimenti sono tra gli strumenti più potenti di cui le società dispongono per finanziare beni pubblici e ridurre le disuguaglianze. La tassazione progressiva rafforza anche la coesione sociale e limita l’influenza politica della ricchezza estrema. Eppure, la progressività fiscale crolla proprio alla cima della piramide sociale: centimilionari e miliardari spesso pagano proporzionalmente meno tasse rispetto alla maggior parte della popolazione. Questo non solo mina la giustizia fiscale; priva le società delle risorse necessarie per l’istruzione, la sanità e l’azione climatica.

Scrive per noi

MARIO SALOMONE
MARIO SALOMONE
Sociologo dell'ambiente, giornalista e scrittore, Mario Salomone dirige ".eco" dalla fondazione (1989), è autore di saggi, romanzi e racconti e di numerosi articoli su quotidiani e riviste. Già professore aggregato all'Università di Bergamo, è Segretario generale della rete mondiale di educazione ambientale WEEC, che realizza ogni due anni i congressi del settore.