Niscemi: le case sull’orlo del precipizio insegnano che bisogna alleggerire l’Italia dal cemento. Non hanno capito niente
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(Nell’immagine di apertura, la frana del comune di Niscemi, da “Striscia rossa”)
Una tremenda frana ha colpito il comune di Niscemi in provincia di Caltanissetta. Per chi non lo sapesse, anche al Governo, siamo in Sicilia. Dico anche Niscemi, perché, anche per chi al Governo non lo sapesse, il ciclone Harry (ci stiamo americanizzando anche negli eventi estremi del mutamento climatico) ha travolto Calabria, Sicilia e Sardegna con piogge torrenziali, venti di burrasca e mareggiate eccezionali.
In pochi giorni sono caduti oltre 600 millimetri di pioggia e le mareggiate con raffiche di vento di oltre cento chilometri all’ora hanno superato i nove metri di altezza. I danni sono stati gravissimi alle strutture edilizie e alle infrastrutture; migliaia di persone sono state preventivamente evacuate. E, incredibile (?), non vi sono stati morti. Non ve ne sono stati perché l’allerta data per tempo dalla Protezione civile, ha consentito ai cittadini di mettersi in salvo. Non altrettanto per i beni immobili. Per i quali una cosa è certa: molti di essi si trovavano dove non dovevano stare.
Un monito: il Mediterraneo è troppo caldo
Ma prima di tornare alla frana, tremenda dalla quale sono partito, mi soffermo brevemente sul ciclone e i suoi danni. Il ciclone Harry ci ha mandato un monito: il Mediterraneo è troppo caldo. Dicevo che con il ciclone ci stiamo anche americanizzando perché questo tipo di eventi non è proprio tipico del Mediterraneo, ma piuttosto del Pacifico. Se Harry si è abbattuto su Sardegna, Calabria e Sicilia, è perché l’aumento delle temperature, che è uno degli aspetti più preoccupanti alla base del mutamento climatico, ha provocato il riscaldamento della superficie anche del mare Mediterraneo e l’aumento delle temperature marine è causa di fenomeni estremi come quello che ha coinvolto il Mezzogiorno d’Italia.
Nessuno se lo aspettava. Male. Perché del mutamento climatico e degli eventi estremi che ne sono ricorrente effetto ne sappiamo da tempo. E le conseguenze non dovrebbero sorprendere. Come non hanno sorpreso la Protezione civile nelle regioni colpite, il che, come dicevo, ha consentito di salvare vite umane.
Affaccendati in altre questioni, la presidente del Consiglio e i suoi ministri se ne sono accorti con notevole ritardo, ma la Meloni non ha mancato di esprimere la sua vicinanza alle popolazioni colpite e di assicurare che presto sarà avviata la ricostruzione. Male.
Non hanno capito niente
Non ha – non hanno – capito niente. Non è ricostruire che si deve, ma spesso addirittura decostruire. Le scelte ambientali del Paese, delegate a troppi ignoranti. Mi permetto un’autocitazione non per vanità, ma perché mi consente di sottolineare ulteriormente l’ignoranza delle sorti del Paese che governano e la grave insipienza nei comportamenti amministrativi. Lo faccio, a proposito della decostruzione, ricordando che il 15 agosto del 1995 ”il manifesto” pubblicò un mio articolo (Giù i mattoni) ne quale, ricordando come in Italia la costruzione di opere pubbliche fosse una costante nel tentativo di creare qualche posto di lavoro in più, sostenevo che tali opere (strade, autostrade, ponti, viadotti…) “spesso, non sono opere pubbliche, cioè di evidente utilità sociale; ma opere, talora, di manifesta inutilità sociale e grandi sprechi di danaro. Addirittura, la loro inutilità può diventare un vero e proprio danno per il pubblico: tanto da far suggerire di imboccare la strada “nuova”, ma non azzardata, della “decostruzione”. Con particolare riguardo al costruito in aree a conosciuto rischio “naturale”: sismiche, vulcaniche, franose.
È in queste aree che si è anche realizzato un esasperato consumo di suolo come riferiva il Rapporto 2023 dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA) sul consumo di suolo in Italia (cui mi riferivo il 6 novembre 2023 nel mio Consumiamo 2,4 metri quadri di suolo al secondo, le alluvioni cominciano anche da qui).
Il dissesto idrogeologico non è un’emergenza improvvisa
Un consumo di suolo che nel 2023 per oltre il 35 per cento (oltre 2.500 ettari) si trovava in aree a pericolosità sismica alta o molta alta e, per il 7,5 per cento (quasi 530 ettari), nelle aree a pericolosità di frana. Proprio così: nelle aree a pericolosità sismica e in quelle a pericolosità di frana. In questo momento (pomeriggio del 27 gennaio) non è noto quanta di questa roba si trovava “casualmente” sul fronte di frana di Niscemi: 4 chilometri di estensione con 1.500 sfollati e case inutilizzabili entro 50-70 metri. Ma una cosa è certa. Ce la ricorda il CNG (Consiglio nazionale dei geologi): “La frana di Niscemi conferma che il dissesto idrogeologico non è un’emergenza improvvisa: è il risultato di fragilità conosciute da tempo, che richiedono azioni preventive immediate”. Vale a dire che si è riattivata la frana di Niscemi, fenomeno noto da oltre trent’anni e già segnalato negli strumenti ufficiali di pianificazione del rischio.
Per cui è pressante l’invito dei geologi “a leggere e monitorare attentamente i segnali del territorio, azioni necessarie per prevenire nuove emergenze.” Vi si aggiunge il capo della protezione civile Fabio Ciciliano, il quale si esprime con doverosa chiarezza affermando che “ci sono delle case prospicienti sul coronamento della frana che ovviamente non potranno più essere popolate, quindi è necessario ragionare insieme al sindaco in una delocalizzazione definitiva di queste famiglie.
False aspettative
C’è ovviamente una fascia di sicurezza che deve essere analizzata. È necessario che l’acqua defluisca, poiché è ancora presente nel sottosuolo. Una volta che l’acqua è defluita e quindi la parte che sta scendendo si è fermata o rallentata, potrà essere effettuata una valutazione più accurata delle zone di sicurezza. Un dato è certo: la frana è ancora attiva. La situazione è molto, molto complicata. È chiaro che se una casa è sul ciglio della frana, non potrà essere abitata. Neanche la casa che sembra integra potrà mai essere abitata. Non potrà neanche essere raggiunta dai Vigili del Fuoco. Voglio che sia chiaro, altrimenti infondiamo false aspettative che non è il caso di dare ai cittadini di Niscemi che bisogna trattare con rispetto e dignità”.
Ecco: altro che costruzione: la decostruzione è avvenuta naturalmente, senza dover ricorrere strumenti artificiali. E si impone la necessità di trovare “zone di sicurezza” per la popolazione. Certo, come ha scritto Roberto Almagià nella sua monumentale opera sulle frane in Italia (Studi geografici sulle frane in Italia, 1910) non è facile lo sradicamento. “per quanto la carità del natio loco – in alcuni casi mirabilmente tenace – renda restii gli abitanti ad abbandonare il loro paese, anche quando questo, sbranato dalle frane, appaia inesorabilmente condannato a rovina, tuttavia a lungo andare la necessità si impone. Talora un nuovo paese sorge in località più sicura, ma il più vicino possibile all’antico, magari su un altro fianco della stessa collina”.
L’ennesima lezione che ci dà la natura
Questa, in sintesi e purtroppo, è l’ennesima lezione che ci dà la natura. Ennesima per un Paese che non ha voluto e saputo tener conto di tanti avvertimenti.
Scrivo questo pezzo nel “giorno della memoria”. Nel giorno, cioè, in cui siamo invitati a ricordare che il 27 gennaio 1945 fu “scoperto” e liberato il campo di concentramento di Auschwitz. A ricordare perché, fissato nella memoria, mai più si possa ripetere una strage come quella del genocidio nazista. Ricordare per non dimenticare dovrebbe essere una rigorosa regola di vita quotidiana obbligatoria nel rispetto delle generazioni future.
Ed è subito frana…
È anche per questo motivo che, tornando a quanto dicevo a proposito del ciclone Harry e di Niscemi, invito a non dimenticare il Polesine, il Salernitano, il Vajont, Firenze… Perché l’ignoranza e il colpevole disinteresse per la naturale predisposizione al rischio idrogeologico rendono l’Italia sempre più esposta a alluvioni e frane che si registrano ogni anno lungo tutto l’Appennino e nelle sottostanti pianure. Ed è subito… frana.
Ma tant’è, e mi vengono in mente i versi di Quasimodo:
“Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera”.
E mi viene voglia di parafrasarli:
l’Italia ormai spoglia
del manto suo verde
sta ai venti e alle piogge
del tutto indifesa:
ed è subito frana.
Riprendiamo volentieri questo articolo di Ugo Leone, uscito su “Striscia rossa”
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- UGO LEONE
- Già professore ordinario di politica dell'ambiente presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Napoli "Federico II". I suoi interessi scientifici e i contenuti delle sue pubblicazioni sono incentrati prevalentemente sui problemi dell'ambiente e del Mezzogiorno. E' autore di numerosi volumi e editorialista dell'edizione napoletana del quotidiano "la Repubblica". Per molti anni è stato presidente del Parco nazionale de Vesuvio.
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