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Quando l’educazione fa comunità

| MARIO SALOMONE

Tempo di lettura: 4 minuti

Quando l’educazione fa comunità

Territorio e comunità, come è noto, sono risorse e interlocutori fondamentali dei sistemi educativi in tutte le età della vita. Città educative, “learning cities”, patti educativi di comunità, comunicanti educanti sono proposte e sigle note. Meno evidente e curata, invece, la funzione che l’educazione (formale e non formale) può svolgere come agente di sviluppo locale sostenibile, contribuendo ai processi di “ri-territorializzazione” e a ridare senso alla comunità anch’essa travolta come i territori dalla “policrisi” (non autoreferenziale e chiusa in “piccole patrie” nutrite da odio e etnonazionalismi). A patto che l’educazione sappia fare i conti con le nuove dimensioni dello spazio e del tempo.

Pubblichiamo il testo integrale dell’intervento di Mario Salomone al convegno internazionale dell’Università Kore di Enna su “Autonomia energetica e alimentare verso la società del benessere. Strategie di pianificazione e di educazione a stili di vita sostenibili”.

È noto che la comunità “educa” come molte reti di città cercano di fare: città educative, learning cities dell’UNESCO, città (buonanime…) amiche delle bambine e dei bambini, e reti tematiche come città per il clima, città per le foreste,… In comune hanno che “il successo formativo e la promozione della qualità degli interventi educativi non può essere perseguita da un solo soggetto, per quanto rilevante, come ad es., la scuola, ma richieda il convergere di risorse, intelligenze, relazioni, azioni: richiede per l’appunto sistemi integrati e alleanze”. Dal territorio arrivano risorse, richieste, messaggi (i messaggi educativi del contesto).

Il territorio si presenta come spazio di scoprire e conoscere, come campo di esperienza, come occasione di attività all’aperto (outdoor), come futuro di vita e di lavoro aperto o chiuso per ogni persona (chiuso, ad esempio, per i milioni di emigrati dal sud Italia al nord, dall’Italia all’estero, per i poveri, per gli emarginati, per le aree interne prive di servizi e in via di desertificazione sociale).

La pandemia ha portato i Patti educativi di comunità. Con “momento lo scopo era quello di raccogliere intorno alle scuole tutte le energie territoriali”. Oggi tendono, o dovrebbero tendere, a diventare “un luogo permanente di dialogo, riflessione condivisa e co-progettazione tra scuola e territorio”.

La comunità, però, non è solo un attore cruciale dell’educazione formale o non formale rivolta alla classi di età in formazione iniziale. Educa i cittadini di ogni età e in ogni ambito di vita: cittadine e cittadini vi trovano (o non vi trovano) opportunità di apprendimento e vi assorbono visioni del mondo, atteggiamenti, pratiche sociali.

Territori e comunità sono in perpetua evoluzione e oggi in crisi esponenziale

A questo si aggiungano le trasformazioni che territori e comunità che normalmente avvengono per continui processi evolutivi, più o meno velocemente e più o meno profondamente per varie ragioni, storico-geografiche o naturali. Sono trasformazioni verticali (diacroniche) e orizzontali (sincroniche), per ibridazione e contaminazione.

Queste trasformazioni hanno visto una esponenziale crescita nel corso dei secoli, fino alla grande accelerazione degli ultimi secoli, specie nell’ultima fase dell’Antropocene.

L’educazione deve dunque deve fare i conti con le nuove dimensioni dello spazio e del tempo.

Proviamo però a capovolgere il punto di vista, a immaginare il percorso inverso: i processi educativi che agiscono sulla comunità. Una educazione ambientale, cioè una educazione fondata coerentemente e convintamente sui suoi stessi principi (quindi “sostenibile”), opera per la trasformazione culturale della comunità e è scuola di cittadinanza.

L’educazione ambientale come fucina di cittadinanza

Prendiamo il tema della settimana CNESA: l’autonomia alimentare e energetica attraverso lo sviluppo di filiere bioregionali e di energie rinnovabili prodotte secondo un modello diffuso e di prossimità, “comunitario”, appunto.

Un obiettivo ambizioso, ma necessario se si vuole diventare costruttori di pace e disarmare le fonti geopolitiche della guerra, disinnescando al contempo la cause delle crescenti disuguaglianze e dell’ingiustizia sociale e climatica.

La decarbonizzazione e la rivoluzione ecologica richiedono anche una ri-territorializzazione: dare senso ai territori attraverso processi che ricostruiscano capitale sociale, coesione, riduzione dell’impronta ecologica e dell’impronta carbonio.

Ma non è pensabile riuscire a fare tutto ciò senza un profondo senso di condivisione dell’obbiettivo che nasce dalla comprensione delle cause della “policrisi” e della validità delle alternative, ovvero da un vasto coinvolgimento nel percorso decisionale e poi nella sua attuazione di tutta la popolazione interessata.

Nessun successo per la conversione ecologica senza l’educazione

Non è  pensabile, insomma, che questo processo dal basso, in assenza di chiare e adeguate politiche nazionali e internazionali o addirittura in opposizione a politiche che favoriscono i grandi poteri economico-finanziari e tendono a preservare il regime energetico fossile o a ritardarne l’uscita o a promuovere soluzioni come l’energia nucleare o modelli energetici che perpetuano la concentrazione e quindi anche la necessità di controllo geopolitico, possa svilupparsi e avere successo senza una capillare educazione e ambientale.

Questa educazione ambientale è “per tutti”, come affermato fin dai primi documenti fondativi mezzo secolo fa, non solo per chi è scolarizzato. Ed è anche un grande buco nero, perché in questo campo scarseggiano finanziamenti, iniziative, ricerca, idee e anche soggetti disponibili a rischiare tempo e risorse. Ai decisori può fare comodo limitarsi a forme minime di consultazione e certo alzare il livello della partecipazione riduce il loro potere, in questo andando contro linee guida e riflessioni che sollecitano processi partecipativi non di facciata. Mentre il privato non profit deve contare unicamente sulla propria determinazione, sul volontariato, sul crowdfunding e sulla propria creatività.

L’educazione “fa comunità”

Se questo avviene, allora l’educazione “fa comunità” (che è intrinsecamente ambientale, perché parla di risorse e di limiti, perché indica la strada della conversione ecologica, perché “legge” il territorio, perché ricostruisce quei legami indeboliti o persi nella comunità, perché diffonde un linguaggio comune facendo dialogare saperi, punti di vista e culture diverse, perché rafforza senso di appartenenza, perché cerca risposte “win win” ai conflitti presenti anche dentro la comunità alimentati dalle “linee di faglia” della condizione umana e contrasta possibili arretramenti e chiusure, perché risveglia in modo non ristretto e nostalgico il senso di identità, perché collega la comunità locale alla comunità planetaria di destino, perché, infine, fa educazione alla cittadinanza e scuola di partecipazione politica).

Scrive per noi

MARIO SALOMONE
MARIO SALOMONE
Sociologo dell'ambiente, giornalista e scrittore, Mario Salomone dirige ".eco" dalla fondazione (1989), è autore di saggi, romanzi e racconti e di numerosi articoli su quotidiani e riviste. Già professore aggregato all'Università di Bergamo, è Segretario generale della rete mondiale di educazione ambientale WEEC, che realizza ogni due anni i congressi del settore.